L’Industria della Psiche: Analisi Critica sulla McDonaldizzazione, l’Uberizzazione e l’Erosione della Profondità Clinica nel Capitalismo Digitale
- Daniele Russo

- 5 days ago
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La metamorfosi industriale della cura: dalla vocazione al prodotto
Il panorama contemporaneo della psicoterapia sta attraversando una trasformazione senza precedenti, in cui le fondamenta epistemologiche della clinica vengono scosse dall'ingresso di logiche di mercato proprie della produzione industriale di massa. Questo fenomeno, che può essere definito come la transizione dalla psicoterapia come "arte della relazione" alla psicoterapia come "prodotto di consumo", trova la sua radice teorica più solida nel concetto di McDonaldizzazione. Tale processo non rappresenta semplicemente un cambiamento nelle modalità di erogazione del servizio, ma una mutazione genetica della professione stessa, che vede l'erosione sistematica del ruolo intellettuale e critico del clinico a favore di una funzione meramente esecutiva e algoritmica.
La razionalizzazione della società, originariamente descritta da Max Weber attraverso la metafora della "gabbia d'acciaio" della burocrazia, si è evoluta in forme più capillari e pervasive. Se Weber vedeva nella burocrazia il culmine dell'efficienza moderna, George Ritzer ha individuato nel ristorante fast-food il nuovo paradigma della razionalità formale. Questa evoluzione implica che i principi che rendono efficiente la produzione di un hamburger — efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo — vengano applicati con crescente rigore anche a domini un tempo considerati refrattari alla standardizzazione, come la cura della sofferenza umana.
I pilastri della McDonaldizzazione clinica
L'applicazione del modello di Ritzer alla psicoterapia permette di decostruire le dinamiche che stanno portando alla degradazione delle professioni intellettuali. Il primo pilastro, l'efficienza, impone la ricerca del percorso più rapido per la rimozione del sintomo, trascurando la complessità della storia del soggetto. In un sistema McDonaldizzato, l'efficienza non è più al servizio del paziente, ma al servizio dell'organizzazione che eroga il servizio, cercando di massimizzare il numero di interventi nel minor tempo possibile.
La calcolabilità, secondo pilastro, sposta l'enfasi dalla qualità dell'incontro clinico alla quantità dei dati raccolti. In questo contesto, il successo terapeutico viene misurato attraverso scale numeriche e questionari standardizzati, creando l'illusione che la sofferenza possa essere interamente mappata e risolta attraverso metriche quantitative. Questa tendenza porta a quella che Ritzer definisce "l'irrazionalità della razionalità", dove sistemi estremamente logici producono esiti disumanizzanti: il paziente viene ridotto a un punteggio su una scala, e il terapeuta a un tecnico che deve far scendere quel punteggio.
La prevedibilità assicura che il servizio sia identico indipendentemente dal contesto. Nel campo della salute mentale, questo si manifesta attraverso l'adozione acritica di protocolli manualizzati che eliminano l'imprevedibilità dell'incontro umano. Il clinico è spinto a seguire istruzioni predefinite, riducendo la propria capacità di improvvisazione clinica e di ascolto profondo, trasformando la seduta in una serie di passaggi tecnici prevedibili. Infine, il controllo viene esercitato attraverso la sostituzione delle competenze umane con tecnologie non umane, come algoritmi e piattaforme digitali che monitorano costantemente l'operato del professionista.
Dimensione | Applicazione Industriale | Applicazione in Psicoterapia | Esito per il Clinico |
Efficienza | Fast-food, drive-thru | Terapie brevi, focus sul sintomo | Riduzionismo intellettuale |
Calcolabilità | Porzioni standard, tempi di attesa | Scale DSM, test standardizzati | Devalutazione dell'intuizione |
Prevedibilità | Menu identici ovunque | Interventi manualizzati (CBT) | Perdita di creatività clinica |
Controllo | Macchinari automatizzati | Algoritmi di piattaforma, AI | Deskilling e sorveglianza |
Todd DuBose e la critica all'alienazione terapeutica
Il contributo di Todd DuBose alla comprensione della McDonaldizzazione della psicoterapia è fondamentale per illuminare il sacrificio della profondità umana sull'altare del profitto aziendale. DuBose sostiene che quando la clinica diventa un prodotto standardizzato, si verifica una perdita dell'incontro autentico tra due esseri umani. In questa cornice, la psicoterapia cessa di essere un viaggio esistenziale per diventare un dispositivo di riparazione tecnica.
Il modello industriale non tollera l'incertezza, il dolore che non scompare immediatamente o la complessità del desiderio umano. DuBose evidenzia come questa spinta verso l'omogeneizzazione crei un ambiente in cui il clinico si sente obbligato a "consegnare" un risultato misurabile, pena la declassazione professionale o la perdita di accesso ai canali di invio dei pazienti. Questa pressione trasforma il terapeuta in un operatore di una catena di montaggio che deve "produrre" salute secondo standard predefiniti, portando a un progressivo allontanamento dalle radici etiche e filosofiche della cura.
Il concetto di "McJobs" nella salute mentale
Ritzer descrive i "McJobs" come occupazioni a basso salario, con scarsa autonomia, compiti ripetitivi e una dipendenza totale dalla tecnologia. Sebbene storicamente associati al settore dei servizi elementari, questi concetti si stanno applicando con allarmante precisione alla psicoterapia moderna. Molti giovani professionisti si trovano oggi inseriti in sistemi dove non hanno alcun controllo sul setting, sulle tariffe o sulle modalità di intervento, diventando di fatto ingranaggi intercambiabili di una macchina burocratica o digitale.
La deumanizzazione dell'istruzione e della pratica clinica, favorita da un sistema che premia la velocità rispetto alla profondità, impedisce la formazione di relazioni profonde e stabili. Questa instabilità non colpisce solo il paziente, che vede la propria cura frammentata, ma distrugge anche l'identità professionale del terapeuta, che non viene più riconosciuto come un esperto con una visione unica, ma come un fornitore di prestazioni fungibile.
L’Uberizzazione della cura: inchieste e trasformazioni digitali
L'ingresso delle grandi piattaforme digitali nel mercato della salute mentale ha accelerato il processo di mercificazione, portando alla cosiddetta "Uberizzazione" della professione. L'inchiesta condotta da Molly Lippman per The Verge nel 2022, intitolata "Therapy apps are a nightmare for therapists", ha rivelato la realtà distopica vissuta dai clinici che operano su piattaforme come BetterHelp o Talkspace.
Queste aziende, spesso finanziate da ingenti capitali di ventura, applicano alla psicologia le stesse logiche della gig economy. I terapeuti riportano di essere spinti a rispondere ai messaggi dei pazienti in tempo reale, trasformando la psicoterapia in una forma di assistenza clienti continuativa. Questo modello distrugge sistematicamente il concetto di "setting" terapeutico e di confini professionali (Boundary Erosion), elementi che la letteratura clinica considera essenziali per la sicurezza e l'efficacia del trattamento.
L'erosione dei confini e la proletarizzazione digitale
I professionisti che lavorano per queste piattaforme denunciano una svalutazione economica estrema, dove la tariffa oraria effettiva, calcolata includendo il tempo speso a gestire messaggistica incessante, scende spesso sotto i livelli di sussistenza. Questo processo non è solo un problema economico, ma ha profonde implicazioni cliniche. Quando un terapeuta è costretto a gestire un carico di pazienti eccessivo per compensare tariffe basse, la sua capacità di contenimento emotivo e di riflessione sul caso diminuisce drasticamente.
L'algoritmo diventa il supervisore invisibile: monitora i tempi di risposta, il tasso di abbandono dei pazienti e la soddisfazione degli utenti. Se i parametri non vengono rispettati, il clinico può subire sanzioni o essere escluso dalla piattaforma, senza alcuna possibilità di discussione clinica sulle ragioni di un eventuale stallo terapeutico. Questa è la massima espressione del controllo tecnologico descritto da Ritzer, dove l'autonomia professionale viene annullata a favore dell'efficienza algoritmica.
Caratteristica | Modello Tradizionale | Modello Piattaforma (Uberizzazione) | Impatto Clinico |
Setting | Stabile, tempo e spazio definiti | Fluido, asincrono, on-demand | Perdita del contenimento |
Relazione | Alleanza terapeutica profonda | Customer service psicologico | Superficialità dell'incontro |
Tariffe | Decise dal professionista | Imposte dall'algoritmo/azienda | Proletarizzazione del clinico |
Supervisione | Tra pari, clinica e riflessiva | Monitoraggio di KPI e metriche | Scomparsa della qualità |
Farhad Dalal e lo "Tsunami" Cognitivo-Comportamentale
In Europa, e in particolare nel Regno Unito, la critica alla standardizzazione della cura ha trovato in Farhad Dalal una voce autorevole e radicale. Nel suo testo CBT: The Cognitive Behavioural Tsunami, Dalal analizza come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) sia diventata il braccio armato del neoliberismo nella salute mentale. Dalal sostiene che la CBT sia stata elevata a standard di riferimento non per la sua provata superiorità clinica, ma per la sua facilità di misurazione e gestione burocratica.
Il sistema britannico IAPT (Increasing Access to Psychological Therapies) viene descritto da Dalal come un dispositivo di controllo sociale. L'obiettivo primario non è la liberazione del soggetto dalla sofferenza, ma la sua rapida regolazione emotiva affinché possa tornare a essere produttivo nel mercato del lavoro. Questo approccio si basa su una "scienza corrotta" che fetishizza il dato numerico e ignora le cause sistemiche del disagio, come la povertà e l'esclusione sociale.
Neoliberismo e managerialismo nella sanità
Secondo Dalal, l'ascesa della CBT è intrinsecamente legata all'ideologia neoliberista, rappresentata da figure come l'economista Richard Layard, che vede nella felicità dei cittadini un fattore di produttività economica. La sofferenza umana viene riletta come un malfunzionamento cognitivo individuale da correggere attraverso tecniche di "re-training", scaricando interamente sul soggetto la responsabilità del proprio benessere e ignorando il contesto sociale tossico.
Questo modello managerialista impone agli operatori sanitari di raggiungere obiettivi quantitativi (KPI) che spesso portano alla manipolazione involontaria dei dati. Per esempio, i questionari di autovalutazione somministrati all'inizio di ogni seduta diventano lo strumento principale per dichiarare la "guarigione", anche quando il paziente continua a soffrire profondamente ma ha imparato a rispondere in modo compiacente per soddisfare le aspettative del sistema.
La psicologia in Italia: svalutazione e lotte di categoria
In Italia, il dibattito sulla degradazione della professione si è concentrato sulla "psicologia low-cost" e sulla proletarizzazione dei giovani colleghi. Associazioni come AltraPsicologia hanno denunciato per anni come la proliferazione di offerte a tariffe irrisorie stia distruggendo la dignità della categoria. Mauro Grimoldi ha aspramente criticato le iniziative istituzionali, come la Fondazione CNOP, vedendovi il rischio di un avallo politico a modelli di assistenza che non tutelano né il professionista né l'utente.
Già nel 2014, il saggio La psicologia in Italia di Sadi Marhaba metteva in guardia contro un mercato saturo che costringe i neolaureati a svendersi, portando a un inevitabile impoverimento della formazione clinica. Se un giovane psicologo è costretto ad accettare tariffe da "operatore di call center", non avrà mai le risorse economiche e mentali per investire in una formazione continua di qualità e in una supervisione costante, elementi indispensabili per la competenza clinica.
Il conflitto tra psicologia e counseling
Un aspetto peculiare del contesto italiano è il tentativo di figure non regolamentate, come i counselor, di sovrapporsi all'attività dello psicologo. La giurisprudenza italiana ha più volte ribadito che ogni intervento sui processi mentali e sul disagio psico-emotivo è di competenza esclusiva delle professioni sanitarie protette. Tuttavia, la spinta verso il "basso costo" ha favorito la nascita di figure ibride che, non dovendo sottostare agli obblighi deontologici e formativi dello psicologo, possono offrire servizi a prezzi inferiori, alimentando la confusione nell'utenza e la svalutazione della clinica.
La difesa della professione passa quindi per una battaglia legale e culturale che riaffermi la specificità dell'intervento psicologico come atto sanitario complesso, non riducibile a una semplice chiacchierata motivazionale o a un supporto generico. Le sanzioni disciplinari per chi avalla l'esercizio abusivo della professione sono lo strumento con cui l'Ordine cerca di arginare questa deriva, ma la vera sfida rimane economica e strutturale.
Deliberate Practice e la superiorità dell'esperienza solida
Una delle tesi più dibattute riguarda la presunta superiorità clinica della generazione precedente rispetto ai terapeuti formati nell'era digitale. Le ricerche di Scott Miller e K. Anders Ericsson sulla "Deliberate Practice" offrono una spiegazione scientifica a questa percezione. L'eccellenza clinica non è un risultato automatico dell'età o del numero di ore passate in studio, ma della capacità di impegnarsi in una pratica deliberata: un processo faticoso e strutturato di analisi dei propri errori e di miglioramento costante sotto la guida di mentori esperti.
Il problema fondamentale delle piattaforme moderne e dei modelli McDonaldizzati è che impediscono sistematicamente la pratica deliberata. Frammentando il caso clinico e riducendo il tempo di riflessione, questi sistemi tolgono al giovane clinico l'ossigeno necessario per maturare vera esperienza. La formazione diventa un consumo di pillole educative veloci, piuttosto che un processo di trasformazione personale e professionale.
Perché le piattaforme bloccano la crescita professionale
La pratica deliberata richiede feedback onesti e la capacità di reggere casi complessi nel tempo. Nelle piattaforme digitali, se un caso è complesso o non migliora rapidamente, il paziente spesso abbandona o il terapeuta viene incentivato a chiudere la pratica per mantenere alti i propri indicatori di efficienza. In questo modo, il clinico non si confronta mai con il "limite" della propria competenza, che è l'unico luogo dove avviene il vero apprendimento.
Inoltre, la supervisione nelle piattaforme è spesso sostituita da un monitoraggio amministrativo. Mentre la supervisione clinica tradizionale incoraggia il dubbio e l'analisi del transfert, il monitoraggio algoritmico premia la conformità e la velocità. Il risultato è una generazione di professionisti che possono essere molto efficienti nell'usare un software, ma che mancano della "solidità" necessaria per gestire le turbolenze emotive dei pazienti più gravi.
Concetto | Pratica Tradizionale (Expertise) | Pratica McDonaldizzata (Stasi) |
Focus | Miglioramento delle abilità individuali | Aderenza al metodo/protocollo |
Ruolo del supervisore | Coach clinico e mentore | Auditor di dati e KPI |
Gestione dell'errore | Opportunità di apprendimento | Fallimento da nascondere/penalizzare |
Tempo di riflessione | Protetto e valorizzato | Visto come inefficienza e spreco |
Deborah Lupton e il "Sé Quantificato"
La trasformazione della psicoterapia non può essere compresa senza analizzare il più ampio movimento del "Quantified Self" descritto da Deborah Lupton. Questa cultura del monitoraggio costante attraverso dispositivi digitali ha creato una nuova soggettività in cui l'individuo si percepisce come un insieme di dati da ottimizzare. Il "sé quantificato" è il partner perfetto per la psicoterapia McDonaldizzata: entrambi parlano la lingua dei numeri e della performance.
L'uso di app per il monitoraggio dell'umore o del sonno, sebbene presentato come strumento di consapevolezza, può trasformarsi in una forma di "heautopticon": una micro-sorveglianza di sé che genera ansia da prestazione e alienazione dal proprio corpo vissuto. Il rischio è l'automazione del "potere medico", dove l'autorità della diagnosi e della cura viene delegata a un algoritmo che decide cosa è "normale" e cosa è "patologico" in base a medie statistiche globali.
Dal dato al significato: la necessità del "Sé Qualificato"
La critica di Lupton e di altri sociologi evidenzia che i numeri, di per sé, non dicono nulla sulla qualità dell'esperienza vissuta. Senza un processo di interpretazione narrativa — quello che avviene nella psicoterapia profonda — il dato rimane un frammento muto. La sfida della psicologia contemporanea è quella di resistere alla tentazione di diventare una semplice "appendice dei sensori", riaffermando l'importanza del significato soggettivo rispetto alla misurazione oggettiva.
L'integrazione di tecnologie digitali nella cura dovrebbe essere mediata da una riflessione etica che impedisca la trasformazione del paziente in un profilo di dati da vendere o manipolare. La privacy decisionale è minacciata da sistemi di "hypernudging" che, analizzando i nostri dati in tempo reale, cercano di orientare il nostro comportamento verso standard di salute e produttività decisi da altri.
Il Diritto di Critica come dovere professionale e tutela legale
In un clima di crescente pressione verso il conformismo professionale, il "diritto di critica" emerge non solo come una libertà individuale, ma come un dovere deontologico per proteggere la qualità della cura. La giurisprudenza italiana, influenzata anche dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), riconosce che il professionista ha il diritto di esprimere opinioni dissenzienti, anche aspre, purché rispettino i canoni di verità, pertinenza e continenza.
Il limite della verità non richiede una verità assoluta (spesso impossibile in ambito scientifico), ma la veridicità dei fatti esposti. Citare l'inchiesta di The Verge o i dati sulla svalutazione delle tariffe di AltraPsicologia costituisce una base fattuale solida che protegge il critico dall'accusa di diffamazione. La pertinenza è garantita dal fatto che la degradazione della professione è un tema di ovvio interesse pubblico e categoriale.
La continenza e la critica alle istituzioni
La continenza formale richiede un linguaggio misurato, ma non impedisce la polemica. Criticare la "proletarizzazione" della categoria o la "McDonaldizzazione" della cura significa utilizzare concetti sociologici e clinici riconosciuti dalla letteratura di settore, trasformando un attacco personale in una critica documentata. La giurisprudenza ha chiarito che il giudice non può farsi arbitro della validità di una teoria scientifica: se un professionista sostiene che la CBT sia un "tsunami neoliberista" citando Farhad Dalal, sta esercitando un diritto di critica scientifica che è insindacabile nel merito dal potere giudiziario.
Inoltre, le sanzioni disciplinari inflitte dagli Ordini professionali devono essere attentamente vagliate alla luce della libertà di espressione. Un esposto all'Ordine non può diventare uno strumento per mettere a tacere le voci critiche che denunciano derive commerciali o deontologiche della professione. La tutela del professionista risiede proprio nella sua capacità di ancorare la propria critica a riferimenti bibliografici e storici precisi, rendendo la sua posizione una "critica di settore" legittima e necessaria.
Conclusione: per una resistenza clinica alla standardizzazione
La ricerca presentata dimostra che la psicoterapia si trova a un bivio storico. Da un lato, la spinta verso la McDonaldizzazione e l'Uberizzazione promette accessibilità e velocità, ma al prezzo di una disumanizzazione profonda e di una svalutazione del ruolo intellettuale del terapeuta. Dall'altro lato, la difesa della "profondità" richiede un impegno rinnovato verso la pratica deliberata, la protezione del setting e la critica radicale alle logiche neoliberiste che vedono nella mente umana solo un asset economico da ottimizzare.
Il professionista consapevole non può rimanere neutrale di fronte a queste dinamiche.
La bibliografia internazionale, da Ritzer a Dalal, da DuBose a Miller, offre gli strumenti intellettuali per documentare come la mercificazione stia distruggendo le basi stesse dell'efficacia terapeutica. Proteggere il proprio diritto di critica non è quindi solo un atto di difesa personale, ma un atto di responsabilità verso i pazienti, che hanno diritto a una cura che li riconosca come soggetti unici e non come dati statistici in un bilancio aziendale.
La solidità della professione nel futuro dipenderà dalla capacità della categoria di rifiutare il ruolo di "operatore di customer service" e di rivendicare la psicoterapia come uno spazio di libertà, complessità e incontro autentico, refrattario a qualsiasi tentativo di riduzione algoritmica. Solo attraverso una critica documentata e una pratica clinica rigorosa sarà possibile uscire dalla "gabbia d'acciaio" del capitalismo della cura e restituire alla psiche la sua dignità irriducibile.
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