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Chi sono – Dott. Daniele Russo, Psicologo Clinico Psicoterapeuta a Palermo
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Oltre vent’anni di esperienza sul campo
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Filosofia professionale: responsabilità, rigore e umanità
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Formazione e metodi diagnostici avanzati
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Psicologia autentica e impegno etico verso i pazienti
Conosci il Dott. Daniele Russo, psicologo clinico a Palermo con oltre 20 anni di esperienza. Metodo rigoroso, empatia e risultati concreti per ogni paziente.
dott. Daniele Russo
Psicologo Clinico & Forense Psicoterapeuta emdr
PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA PALERMO
Non esiste onore più grande che essere scelti
per custodire la mente di un essere umano

Perché la cura inizia dove finisce la finzione.
NOTA TECNICA

Etica della Responsabilità: i limiti necessari del mio intervento clinico.
Non tutto ciò che si presenta come domanda è una domanda di cura.
Non è vero che i trattamenti psicologici siano per tutti: già Sigmund Freud (1856-1939) affermava con chiarezza che non tutti sono nelle condizioni di intraprendere un lavoro di questo tipo, ravvisando nell'analizzabilità un prerequisito non negoziabile.
Sulla sua scia, Horacio Etchegoyen (1919-2016) ha ribadito che definire chi può essere preso in carico e chi no è parte integrante della responsabilità professionale, poiché la selezione non è un atto personale, ma una rigorosa valutazione clinica.
È necessario però chiarire un punto fondamentale: il limite clinico non ha nulla a che vedere con lo status socio-culturale, il censo o il grado di scolarizzazione.
La dignità del lavoro analitico non persegue l'intellettualismo, ma la verità del soggetto.
Come insegnava Jacques Lacan (1901-1981), l'ostacolo non è la mancanza di strumenti culturali, ma la resistenza a distinguere la domanda di rassicurazione dal reale desiderio di sapere. Si può essere colti eppure inaccessibili al cambiamento, o privi di titoli di studio ma profondamente disposti a mettere in gioco il proprio godimento.
Questo è uno spazio che richiede presenza, responsabilità e verità.
Ogni presa in carico implica una scelta, e ogni scelta implica un limite.
Il limite, in questo caso, è ciò che rende possibile la qualità: quella capacità di "insight" che Melanie Klein (1882-1960) considerava fondamentale per abitare lo spazio terapeutico.
In assenza di tali premesse psichiche, come suggerito dalle intuizioni di Wilfred Bion (1897-1979), non iniziare è già un intervento corretto, un atto che preserva la dignità della cura dal vuoto di una tecnica applicata indiscriminatamente.
Per questI motivi scelgo. E continuerò a scegliere.
Perché la qualità del lavoro dipende anche, e soprattutto, da ciò che si decide di non fare.

Criteri di esclusione:
Psicologo non per tutti.
Il coraggio di dire no per rispetto a chi soffre davvero.
Chi arriva fin qui ha già provato a gestire la situazione problema da solo.
Chi arriva fin qui non è alla prima richiesta di aiuto.
Ha già parlato con familiari, amici, persone intime.
Ha spiegato, atteso, sperato, provato a reggere.
Oppure, ha già intrapreso uno o più percorsi che, pur con impegno, non hanno prodotto il cambiamento necessario.
Quando una persona arriva qui, raramente sta cercando conforto o una perdita di tempo.
Il conforto inteso come rassicurazione emotiva, alleggerimento momentaneo, vicinanza amicale o semplice sollievo relazionale non è l’obiettivo del lavoro clinico e/o la sua funzione principale. Nel lavoro psicologico serio il contenimento è implicito, non scenografico. L’ascolto è presente ma non sostituisce la responsabilità clinica.
Chi arriva qui sta cercando altro: risposte fondate, una direzione chiara, una presa in carico reale capace di incidere sul funzionamento nella vita, non solo sulla qualità di un’ora di colloquio.
Per chi è indicato il mio intervento psicologico:
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Senti di essere arrivato a un punto limite. Non vuoi più “gestire” il problema, ma comprenderlo e disinnestare il 'cortocircuito' psichico che lo genera.
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Cerchi un professionista affidabile capace di assumersi la responsabilità clinica del lavoro, che sappia orientare, decidere e intervenire quando necessario, e non limitarsi ad accompagnare passivamente il colloquio psicologico. Un professionista affidabile che unisca all’ascolto e all’empatia una solida logica clinica, competenza specifica e capacità di leggere ciò che conta davvero per il tuo benessere mentale e relazionale
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Desideri che la terapia psicologica abbia un termine prima possibile, non anni e anni.
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Sei interessato a un intervento clinico serio, strutturato, responsabile.
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Riconosci che dentro di te è presente una tensione e sei consapevole che una parte del tuo conflitto interno non è ancora accessibile a una comprensione immediata.
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Hai bisogno di fare chiarezza sul tuo passato e di rimettere ordine in ciò che oggi è diventato ingestibile, perché, alcuni fatti pregressi e/o attuali hanno superato la tua capacità abituale di tenuta e ti stanno portando fuori asse.
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Senti un malessere emotivo che non resta “dentro”, ma entra nelle scelte, nella concentrazione, nelle relazioni, nelle performance, nell’energia, e finisce per condizionare in modo concreto la vita quotidiana.
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Ti accorgi che stai funzionando peggio di prima, come se una parte di te fosse sempre in allerta o sempre stanca, e che anche quando tutto sembra normale la mente continua a lavorare, a rimuginare, ad anticipare il peggio o a ripercorrere scene già vissute.
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Hai la sensazione di non riuscire più a capire cosa stai davvero provando, perché, le emozioni sono troppo intense oppure, al contrario, si spengono e ti lasciano in una specie di vuoto.
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Ti capita di reagire in modo sproporzionato, di chiuderti, di esplodere, di evitare situazioni che prima gestivi, oppure, di rimandare decisioni importanti - perché - ti manca lucidità, fiducia, direzione.
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Ti pesa un nodo relazionale che si ripete, una storia che non si chiude, una ferita che torna, un senso di colpa o di vergogna che non riesci a mettere a distanza, come se qualcosa dentro continuasse a chiedere spiegazioni e non le trovasse.
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Sei un genitore che sente che qualcosa nel proprio figlio non sta andando come dovrebbe, ma senza riuscire a capire se il problema sia davvero suo, dell’ambiente o della relazione, e temi di muoverti nel modo sbagliato.
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Sei in una relazione che non riesce più a trovare equilibrio, dove il conflitto si ripete o il silenzio pesa più delle parole, e senti che continuare così sta logorando entrambi.
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Hai perso continuità: inizi e poi ti fermi, ti imponi regole e poi crolli, ti prometti che cambierai e poi ti ritrovi nello stesso punto, con la sensazione di non riconoscerti più. E, in sottofondo, senti che non ti basta più “parlarne” o essere rassicurato: ti serve una lettura chiara di quello che sta succedendo, una direzione, un lavoro che rimetta in moto la tua vita con serietà, senza scorciatoie e senza illusioni.
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Hai già attraversato uno o più percorsi di psicoterapia che non hanno prodotto il cambiamento atteso, lasciandoti con la sensazione di aver parlato molto senza ottenere una reale riorganizzazione del problema, oppure, sei stato trattato prevalentemente sul piano farmacologico senza che fosse mai chiarita in modo rigoroso la natura del tuo disagio.
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Ti è stata attribuita una diagnosi di tipo psicopatologico senza che fosse effettuata una valutazione strutturata, senza l’utilizzo di strumenti standardizzati e senza un vero inquadramento del tuo funzionamento psicologico complessivo, e oggi non sai se stai realmente soffrendo di una psicopatologia o se ciò che vivi è il risultato di una lettura imprecisa, incompleta o riduttiva della tua storia e del tuo momento di vita.
In questi casi, il lavoro può essere intenso, diretto e orientato a produrre un cambiamento reale. Questo è possibile solo nella misura in cui i dati clinici raccolti lo consentano. Quando la valutazione complessiva effettuata nel primo colloquio psicologico mi indica che esistono i presupposti per un intervento efficace, il percorso viene avviato con chiarezza, responsabilità e rigore.
Qualora, invece, emerga che il lavoro non può essere svolto in modo utile, sostenibile o coerente con le condizioni della persona, questo viene detto apertamente.
In tali situazioni, non si procede per tentativi, per inerzia o per aspettativa: interrompere o non iniziare un percorso già nel primo colloquio è esso stesso un atto clinico di serietà.
Nel mio lavoro l’ascolto è fondamentale, ma non è sufficiente. L’empatia è necessaria, ma non basta. Un intervento clinico serio richiede:
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lettura del funzionamento
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ipotesi diagnostica
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direzione chiara
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responsabilità decisionale
Il colloquio non è una narrazione libera. È uno strumento clinico. Ogni parola ha una funzione e ogni silenzio ha un senso. Ogni incontro deve produrre un effetto. Nessuna dipendenza terapeutica, perdita di tempo e spreco di risorse mentali ed economiche. Non trattengo le persone in percorsi indefiniti.
L’obiettivo è restituire autonomia, lucidità, capacità di stare nella propria vita. Quando il lavoro è fatto, il lavoro finisce.
Una scelta adulta
Rivolgersi a uno psicologo non è un gesto di debolezza ma una decisione adulta, quando si smette di cercare sollievo e si inizi a cercare verità clinica e operazioni concrete di cambiamento.
Questo tipo di lavoro richiede la disponibilità a essere compresi in profondità, non soltanto sostenuti. Se senti che questa impostazione ti appartiene, il percorso può avere senso e puoi chiamare con fiducia per fissare il tuo appuntamento.
In caso contrario, è giusto non iniziarlo.

Etica della Responsabilità:
i limiti necessari del mio intervento clinico
Perché il rispetto per chi soffre davvero inizia dal dire no a chi cerca altro.
Dedico il mio lavoro a chi sta male davvero, a chi arriva con il peso della propria storia e il desiderio di comprendere, trasformare, GUARIRE.
Dopo tanti anni di attività clinica posso affermare che le persone che vivono una sofferenza psicologica e/o una situazione-problema reale e seriamente invalidante vivono la seduta come un laboratorio interiore dove
si entra per RISOLVERE
non per perdere tempo e scherzare.
E in tutti questi anni di lavoro sul campo con una utenza variegata ho potuto constatare che non tutti coloro che bussano alla porta di uno psicologo stanno veramente male o vivono problemi davvero meritevoli di un accertamento clinico.
E non è un giudizio morale o una forma di snobismo:
è una constatazione clinica.
In alcuni casi, pur in presenza di un problema, non emerge una reale domanda di cura; la relazione terapeutica non viene investita come spazio di trasformazione, ma viene utilizzata per strumentalizzare la relazione d’aiuto.
La stanza analitica, per me, non è un luogo neutro e disponibile a ogni richiesta: è uno spazio vivo, prezioso, fondato su presupposti etici solidi e su una visione del lavoro psicologico come incontro autentico tra esseri umani, dei quali uno soffre e l’altro assume la responsabilità specialistica — rigorosa, lucida e non negoziabile — di guidarlo verso la soluzione.
In tutti questi anni ho ascoltato storie complesse, affrontato quadri clinici delicati e lavorato con persone attraversate da sofferenze reali.
Parallelamente, ho incontrato anche soggetti incompatibili con un intervento psicologico serio — individui per i quali la superficialità, l’inconsistenza o l’uso manipolativo della relazione finivano per svuotare il primo colloquio psicologico di qualsiasi significato clinico.
In tali situazioni ho ritenuto eticamente e professionalmente corretto non procedere con la presa in carico, sia a tutela del paziente sia nel rispetto della responsabilità clinica che il mio ruolo comporta, in assenza delle condizioni minime per un lavoro terapeutico efficace.
È in questo contesto che ho compreso una verità semplice: ogni minuto dedicato a chi porta solo “rumore” sottrae tempo, lucidità ed energie a chi ha realmente bisogno di aiuto.
Per questo scelgo, senza esitazione, di investire le mie risorse esclusivamente in chi soffre davvero ed è disposto a intraprendere un lavoro autentico.
Ad esempio di ciò, G., 40 anni, uomo dall’impostazione narcisistica marcata, durante il primo colloquio affermò con disarmante arroganza di ritenere che tutte le donne da lui sedotte — nonostante le trattasse con freddezza, disprezzo e dichiarazioni esplicite di non amarle — finissero comunque per tornare da lui. La sua conclusione, espressa senza il minimo segno di dubbio o riflessione, fu che “le donne sono come mucche: una volta marchiate, tornano sempre alla stalla”.
Tale affermazione, pronunciata senza alcuna distanza critica, dubbio o apertura riflessiva, delineava un assetto di funzionamento fondato sulla svalutazione dell’altro, sulla strumentalizzazione delle relazioni e su una sostanziale assenza di domanda di cambiamento.
In una situazione di questo tipo, proseguire il lavoro terapeutico non sarebbe stato clinicamente indicato ed eticamente responsabile: mancavano i presupposti minimi per un intervento orientato alla trasformazione, e la prosecuzione avrebbe rischiato di tradursi in una legittimazione implicita di modalità relazionali profondamente disfunzionali.
Per questo motivo ho ritenuto corretto non procedere con la presa in carico, sia a tutela del paziente — che non avrebbe beneficiato di un percorso non realmente desiderato — sia nel rispetto della responsabilità clinica che il mio ruolo comporta.
Lo studio dello psicologo non è uno spazio disponibile a ogni visione del mondo, soprattutto quando questa riproduce dinamiche come quelle descritte, incompatibili con il lavoro clinico e con la funzione trasformativa della terapia.
Per questo motivo, ho maturato la decisione di esplicitare in questa sezione del sito con chiarezza i criteri di esclusione dal mio approccio clinico e dalla responsabilità che esercito quotidianamente verso chi affida la sua mente nelle mie mani.
Mi riservo la facoltà di non prendere in carico:
Tutti quei soggetti la cui struttura psichica è organizzata su modalità profondamente distruttive — persone che agiscono con malizia, falsificazione, crudeltà relazionale e/o totale mancanza di empatia — risultano radicalmente incompatibili non solo con un percorso psicologico serio, ma con ogni forma possibile di evoluzione personale.
La loro presenza in studio non genererebbe trasformazione, ma solo corrosione.
Allo stesso modo, sono incompatibili con il mio lavoro clinico tutti coloro che vivono di onnipotenza vuota, di invidia corrosiva, di rifiuto sistematico del fare e dell’assumersi responsabilità; tutti coloro che si presentano senza alcuna volontà di cambiare, ma solo per confermare le proprie rigidità, manipolare la relazione o usarla come palcoscenico.
Non cerco di “educare” chi non vuole muovere un passo nella propria vita.
Non offro tempo a chi pretende che sia la terapia a fare ciò che loro non faranno mai.
E non accolgo chi, per struttura psichica o scelta esistenziale, trasforma ogni relazione in un luogo di distruzione, passività, finzione o onnipotenza.
Allo stesso modo, sono totalmente incompatibile con tutti coloro che confondono la clinica con il settore della cortesia: soggetti che non cercano una risoluzione, ma un’esperienza gradevole e che approcciano la terapia con la metrica della gratificazione momentanea.
Non mi rivolgo a chi cerca un 'surrogato amicale' o una figura di accudimento pronta a elargire 'occhi dolci' e rassicurazioni di circostanza.
Chi valuta l’efficacia di un professionista dalla sua 'squisitezza' o dalla 'piacevolezza' del colloquio – come se si trattasse di una recensione turistica – ignora che un intervento serio deve produrre risultato, non una sterile e 'simpatica' conversazione.
Nel mio lavoro, né io e nemmeno i miei pazienti siamo chiamati a perseguire la 'dolcezza' del carattere, ma la forza del risultato:
chi cerca la prima ha completamente frainteso l'ABC della cura e, probabilmente, della vita.
Chi invece cerca la seconda, troverà un impegno clinico che non concede sconti alla finzione.
Nello specifico:
- coloro che si avvicinano alla psicologia come tendenza, moda culturale o adesione a un immaginario “radical chic” in cui la terapia diventa un brand da esibire socialmente più che un processo da attraversare.
- Lo stesso vale per chi, già al primo contatto telefonico, svaluta il costo della prestazione, chiede lo sconto, paragona la tariffa a quella di chi “si fa pagare poco” o effettua "incontri conoscitivi gratis", quindi, considera il lavoro clinico alla stregua di un servizio da supermercato: questo atteggiamento rivela un’impostazione che ignora la complessità, il coinvolgimento e la fatica reale che una seduta psicologica richiede sia all'operatore che al paziente, e che rende impossibile qualunque percorso serio.
Sono inoltre esclusi tutti i soggetti che presentano modalità psichiche profondamente distruttive:
– persone coinvolte in attività criminali o pedofile;
– individui che esprimono intenzioni violente, sadiche o omicidiarie;
– chi aderisce a ideologie razziste, sessiste o disumanizzanti;
– chi fonda la propria modalità relazionale sulla menzogna sistematica, sulla falsificazione della realtà, sulla seduzione manipolativa o sulla crudeltà emotiva.
E' accertato nel mio settore che queste strutture di personalità non cercano trasformazione: cercano conferma delle proprie difese più primitive.
Il mio intervento psicologico non prevede una complicità e non può sostituire i trattamenti specialistici di tipo psicoanalitico ortodosso che - sempre secondo il settore - sarebbero gli unici che — forse — possono raggiungere i nuclei più profondi di questi assetti psichici.
Sono esclusi anche coloro che intendono utilizzare la relazione professionale come palcoscenico per atteggiamenti seduttivi, teatrali, provocatori o narcisisticamente orientati, così come i manipolatori seriali che cercano strumenti psicologici da usare come arma sulle vite altrui.
Non trovano spazio nel mio studio neppure i cercatori di certificati, coloro che si presentano con l’unico scopo di ottenere documenti, scorciatoie legali, attestazioni o giustificazioni: la psicologia non è un ufficio timbri né un modo per aggirare regole e responsabilità.
Sono incompatibili con il mio setting anche i negazionisti affettivi, gli “appaltatori di colpa” che desiderano soltanto una conferma dei propri pregiudizi, i colleghi travestiti da pazienti in cerca di un metodo da copiare, gli studenti alla ricerca di vantaggi futuri e chi entra spinto da mera curiosità, non da una reale necessità clinica.
Allo stesso modo, non accolgo chi confonde il pagamento della seduta con il potere, ritenendo di poter acquistare la disponibilità del professionista e pretendere compiacenza, assecondamento e sottomissione.
Il denaro remunera il tempo e la prestazione professionale, non compra l’etica, non orienta il giudizio clinico e non trasforma la cura in un servizio compiacente.
La coscienza clinica non si vende, non si piega e non si contratta.
Sono esclusi tutti gli individui che proiettano sul terapeuta aspettative affettive, erotiche o relazionali, confondendo lo spazio clinico con un legame sentimentale o sessuale.
Escludo chi entra nella relazione clinica con aspettative relazionali improprie, atteggiamenti ammiccanti o confusione dei ruoli, riducendo l’incontro a una dinamica sociale tipo 'dating' o affettiva mascherata, del tutto estranea alla cura.
La relazione clinica non è uno spazio di conoscenza personale, di seduzione né di conferma identitaria.
La terapia non è un’estensione dei bisogni emotivi, nemmeno il luogo dell’amore ricambiato.
Chi vi entra con queste modalità non può essere da me preso in carico, perchè, il settore di appartenenza dimostra che soltanto trattamenti psicanalitici ortodossi stabiliti in sedute quotidiane volte alla regressione psichica agli stati arcaici della mente che hanno costituito queste strutturazioni possono - dopo innumerevoli anni di terapia - produrre un beneficio.
Non accetto giovani adulti privi di motivazione reale al cambiamento e aderenti a un contesto generazionale in cui spesso il disimpegno viene normalizzato e che cercano nel terapeuta un alibi o una giustificazione, mascherando con la menzogna del sintomo il rifiuto di assumersi responsabilità scolastiche, lavorative o personali.
In questi casi, è mia opinione, non è indicato lo psicologo ma un intervento educativo e contenitivo genitoriale, volto a supplire a funzioni di responsabilizzazione che il soggetto non è disposto ad assumere.
Il mio lavoro si rivolge esclusivamente a giovani adulti motivati, pronti ad assumersi un ruolo attivo nel proprio percorso e nella propria vita.
Sono esclusi coloro che cercano nel terapeuta una figura genitoriale o amicale, domandando abbracci, contatto fisico o accudimento emotivo: nel mio lavoro il contatto fisico non è previsto, anzi, è deontologicamente scorretto.
La relazione clinica non è una sostituzione affettiva, ma uno spazio di lavoro strutturato. Chi necessita di un contenitore fusionale richiede un trattamento di altro tipo, psicanalitico ortodosso, intensivo e continuativo, non compatibile con la mia modalità di intervento.
Qui non si abbraccia, non si accudisce, non si sostituisce.
Qui si lavora clinicamente.
E' incompatibile chi si avvicina al lavoro psicologico con l’aspettativa di incontrare una figura idealizzata — dolce, rassicurante, accomodante e sempre compiacente — così come viene spesso rappresentata dai mass media e da una divulgazione narrativa televisiva riduttiva della professione o che confonde lo psicologo con una figura di tipo confessionale o quasi sacerdotale, chiamata ad ascoltare sempre e comunque, assolvere, consolare e comprendere incondizionatamente.
Questa immagine non appartiene alla realtà clinica: il lavoro psicologico non è costruito per confermare, proteggere o accudire, ma per aiutare i pazienti a risolvere la situazione problema e, in alcuni casi, questo risulta essere possibile solo rendendo accessibile una verità psicologica complessa o disturbante ma necessaria al cambiamento.
La psicologia clinica e la psicoterapia non sono una pratica di assoluzione e nemmeno una forma di consolazione morale.
Infine, non seguo pazienti in età superiore ai 60 anni, non per una valutazione di merito, ma per una questione di appropriatezza clinica. In questa fase della vita, i processi psicologici, le dinamiche di cambiamento e le problematiche emergenti richiedono competenze specifiche, un inquadramento diagnostico diverso e, spesso, un lavoro centrato più sull’adattamento, sul bilancio esistenziale e su aspetti neurocognitivi che non rientrano nel mio ambito di intervento. Per queste ragioni, ritengo più corretto che tali richieste vengano orientate verso professionisti specializzati nel lavoro clinico con l’età avanzata.
Scegliere non è un atto di snobismo, ma di rispetto per chi soffre davvero.
Lascio il rumore fuori dalla porta per proteggere il silenzio di chi lavora per guarire.
Lo studio è aperto solo a chi ha smesso di cercare scuse e ha iniziato a cercare soluzioni.