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Una critica generazionale e strutturale (con inquadramento internazionale) alla psicoterapia contemporanea:



Nota di tutela: diritto di critica, continenza e deontologia (Italia)


Queste riflessioni sono formulate come critica di settore a un fenomeno strutturale (industrializzazione/standardizzazione/mercificazione) e non come giudizio personale su singoli professionisti o su specifici colleghi identificabili. In Italia, il tema della diffamazione è disciplinato dall’art. 595 c.p.  e, in ambito pubblicistico, il diritto di critica è comunemente ricondotto ai criteri di pertinenza, continenza e ancoraggio a elementi fattuali/argomentativi, specie quando l’interesse è pubblico e la discussione riguarda modelli e prassi (non persone determinate). In dottrina e commento giurisprudenziale, questi profili vengono richiamati anche rispetto a esposti e critica in ambito ordinistico (Cass. pen., sez. V, 11 febbraio 2021, n. 9803, richiamata nel commento di MediaLaws).

Sul piano deontologico, è essenziale ricordare che il Codice Deontologico richiede particolare cautela nell’esprimere pubblicamente giudizi negativi su colleghe e colleghi (art. 36).  Per questo, l’impianto dell’articolo è costruito per criticare processi e dispositivi (piattaforme, metriche, economia della prestazione) e non la dignità o la competenza di persone determinate. L’impianto dell’articolo è deliberatamente orientato a mantenere il focus sul tema centrale: la compatibilità tra la psicoterapia e il capitalismo digitale della cura.




McDonaldizzazione della psicoterapia e “irrazionalità della razionalità”.


Esiste una convinzione diffusa, raramente interrogata in modo critico, secondo cui la modernità — in quanto nuova — sarebbe inevitabilmente migliore di tutto quanto prodotto prima: tutto più aggiornato, più efficaci.


È una narrazione rassicurante, lineare, perfettamente coerente con l’ideologia del progresso continuo.

Ma, quando la si osserva sul piano dei processi reali — politici, istituzionali, comunicativi e professionali — ciò che appare non è un miglioramento automatico, bensì, una trasformazione delle condizioni entro cui oggi si esercitano ruoli complessi: condizioni che, in molti ambiti, premiano l’adattamento rapido più della competenza profonda, la conformità più del giudizio, la performance visibile più della responsabilità.


Nel campo della psicologia clinica, questa dinamica diventa particolarmente dolorosa: non perché “i giovani” siano un problema in sé (e sarebbe un errore, oltre che un’inutile scorciatoia morale, ridurre tutto a un giudizio anagrafico), ma perché una parte consistente dei nuovi professionisti si trova a essere - suo malgrado - inserita in un ecosistema che incentiva modalità di lavoro psicologico appunto 'moderne', più rapide, più standardizzate e più esposte alle logiche di mercato.


È questa la questione: non il talento individuale, ma l’assetto strutturale entro cui oggi il talento viene selezionato, premiato e utilizzato.

Negli ultimi anni, il confronto tra psicologi appartenenti a generazioni diverse viene spesso affrontato in termini superficiali: aggiornamento teorico, nuovi linguaggi, maggiore attenzione a temi sociali emergenti, accesso alle tecnologie digitali.


Questa cornice elude però il nodo centrale, che è strettamente professionale e clinico: appare anche a osservatori internazionali, la progressiva svalutazione della competenza psicologica come pratica complessa, responsabile, non riducibile a un servizio standardizzato - peggio - a prestazione di consumo.


1) La metamorfosi industriale della cura: dalla vocazione al prodotto


McDonaldizzazione della psicoterapia e “irrazionalità della razionalità”


Per comprendere ciò che sta accadendo oggi alla cura psicologica occorre uscire dall’aneddoto e usare strumenti concettuali solidi.

In sociologia, il lessico è già disponibile: la razionalizzazione descritta da Max Weber come “gabbia d’acciaio” — la tendenza moderna a organizzare la vita secondo apparati formalizzati, calcolabili, impersonali — ha trovato nel lavoro di George Ritzer una traduzione contemporanea:


la McDonaldizzazione, cioè l’estensione dei principi del fast-food (efficienza, calcolabilità, prevedibilità, controllo) a settori sempre più vasti della società.

Il punto non è “fare un paragone brillante”: è riconoscere che quei quattro principi, quando entrano nella clinica psicologica, non la “innovano” semplicemente.


La trasformano geneticamente.

Da piu' parti si afferma che:


  • Efficienza: ricerca del percorso più rapido verso un esito osservabile (riduzione del sintomo), spesso a scapito della complessità biografica e relazionale.

  • Calcolabilità: spostamento della qualità dell’incontro verso la quantità di misurazioni (scale, punteggi, KPI, metriche).

  • Prevedibilità: standardizzazione di passaggi e protocolli per ridurre l’imprevisto dell’umano.

  • Controllo: sostituzione o riduzione della competenza umana con dispositivi non umani (procedure, algoritmi, piattaforme, sorveglianza organizzativa).


Ritzer ha anche indicato un paradosso cruciale:


l’“irrazionalità della razionalità”.

Sistemi progettati per essere iper-razionali possono produrre effetti disumanizzanti e contro-produttivi. Nel linguaggio clinico: più “ottimizzi” la cura per farla scalare, più rischi di svuotare ciò che la rende efficace quando la sofferenza è vera, stratificata, ambivalente, resistente.


2) Dalla professione alla prestazione: la clinica sotto compressione economica


Una differenza cruciale tra molti psicologi formatisi prima della svolta digitale e una parte significativa dei nuovi ingressi non riguarda l’intelligenza o la buona fede, ma il modello di legittimazione professionale.


Per una generazione precedente, la psicologia clinica si configurava come:


  • pratica ad alta responsabilità personale,

  • attività non immediatamente misurabile,

  • lavoro esposto al tempo, all’errore, al fallimento,

  • costruzione lenta di reputazione e metodo.


Nel contesto attuale, la professione tende invece a essere riorganizzata come prestazione modulare, frammentata, facilmente accessibile e soprattutto economicamente compressa.


Le piattaforme digitali di “terapia online”, così come l’uso inflazionato di forme di accesso gratuito o simbolicamente svalutato (“colloqui conoscitivi”), sono il punto più visibile di questa trasformazione.


3) L’“uberizzazione” della cura: piattaforme, gig-economy e dissoluzione del setting


Confini erosi, tariffa imposta, terapeuta sostituibile


Il modello piattaforma accelera un processo che possiamo chiamare — con lessico ormai comune in economia digitale — uberizzazione: lavoro frammentato, tariffe imposte dall’alto, dipendenza da un intermediario, valutazione tramite rating, sostituibilità.


In psicologia clinica, questo ha un effetto tecnico, non ideologico: deforma il setting.


Lo schema è noto:


  • il paziente diventa “utente”,

  • il terapeuta diventa “fornitore”,

  • la seduta diventa “servizio”,

  • il legame clinico diventa “esperienza valutabile”.


Anche quando la prestazione avviene con professionalità individuale, il dispositivo complessivo produce una pressione costante verso:


  • rapidità,

  • uniformazione,

  • riduzione dei tempi morti,

  • minimizzazione del conflitto,

  • massimizzazione della soddisfazione immediata.


A ciò si aggiunge un fatto oggettivo e documentato: nel campo delle piattaforme di counseling/therapy negli Stati Uniti, sono emersi anche problemi di gestione e uso dei dati (tema decisivo quando si maneggiano informazioni sensibili).


La Federal Trade Commission ha adottato un provvedimento contro BetterHelp, con pagamento di 7,8 milioni di dollari e divieti/obblighi relativi alla condivisione di dati sanitari sensibili per advertising.


Questo elemento non è un “attacco”: è la dimostrazione concreta che il modello piattaforma, per sua natura, vive in tensione tra cura e mercato, e che tale tensione investe anche privacy e governance dei dati.


4) Perché questo modello è clinicamente incompatibile


Non per snobismo, ma per struttura


Nessuno psicologo formato prima della mercificazione digitale della professione avrebbe accettato di lavorare stabilmente per un’azienda che:


  • sottopaga il professionista,

  • impone tariffe decise dall’alto,

  • assegna casi decontestualizzati,

  • trasforma la seduta in un prodotto standard.


Non per snobismo, dunque, ma perché era immediatamente visibile la possibile incompatibilità strutturale tra il lavoro clinico e un modello industriale.


(1) La clinica non è separabile dal contesto.


Il paziente non è un’entità astratta “trasportabile” senza perdita di senso. Porta una storia territoriale, relazionale, culturale, simbolica. Una cura che tende a trattare domanda e soggetto come “ticket” di accesso riduce già, in partenza, la profondità interpretativa. Come può fare uno psicologo residente a Palermo a comprendere le difficoltà di adattamento/relazionali di un paziente - scelto dall'algoritmo - residente a Bologna? Oppure, ancora, se il paziente necessita di un invio a strutture territoriali come fa lo psicologo a inviarlo se vive altrove e non conosce la rete dei servizi?


(2) L’asimmetria terapeutica non è negoziabile come un contratto di consumo.


Quando la continuità del lavoro dipende da gradimento, rating, retention o “soddisfazione”, la terapia rischia di scivolare — anche senza che nessuno lo dichiari — da processo trasformativo a servizio di regolazione emotiva. E qui basta un esperimento empirico, semplice e brutale: leggete le recensioni che oggi circolano sulle piattaforme e sui canali più “commercializzati”. Nella maggior parte dei casi non sono valutazioni di merito clinico, non sono testimonianze di cambiamento strutturale, non sono esiti narrati nel tempo. Sono formule di cortesia: “mi ha fatto sentire accolto”, “mi sono sentito ascoltato”, “mi ha fatto stare meglio”, “persona gentile”.

Ora: l’accoglienza, l’ascolto e il sentirsi compresi sono componenti importanti — nessuno lo nega. Ma quando diventano il criterio principale di valutazione pubblica, accade uno slittamento preciso: il terapeuta viene premiato per la capacità di non disturbare, non frustrare, non contraddire, non mettere in crisi l’immagine che il paziente ha di sé. Si premia la funzione di “comfort provider”, non la funzione clinica.

Questo dato, da solo, è sufficiente a far intuire cosa sta accadendo: se la reputazione professionale viene costruita principalmente su indicatori di piacevolezza relazionale, la clinica viene spinta verso ciò che è immediatamente gratificante, non verso ciò che è efficace. È un meccanismo silenzioso ma potente: non ti chiede di falsificare la terapia, ti chiede soltanto di non rischiare — e la terapia, quando è vera, è rischio: rischio di attrito, rischio di insight sgraditi, rischio di attraversare un tratto peggiore prima di migliorare, rischio di non essere “simpatici” mentre si lavora.


Una terapia che deve essere continuamente “recensibile” tende a diventare una terapia che deve continuamente “piacere”. E una terapia che deve piacere, per restare sul mercato, finisce per evitare esattamente ciò che produce trasformazione: l’urto con le difese, la tolleranza della frustrazione, la responsabilità personale, la perdita di alibi, la revisione di sé. È qui che l’asimmetria si dissolve: il paziente-utente diventa cliente-giudice, e il terapeuta — anche se colto, anche se preparato — viene ricondotto al ruolo di erogatore che deve garantire un’esperienza positiva, più che una verità clinica.


(3) La responsabilità clinica non è frammentabile senza perdita di senso.


Nel modello piattaforma la responsabilità viene spezzata: l’azienda gestisce flussi, il professionista eroga, l’utente valuta. Ma la clinica richiede che qualcuno — il clinico — regga la responsabilità del processo, anche quando l’esito è incerto, lento, non lineare.


(4) Il tempo clinico non è comprimibile senza danni.


La psicologia lavora anche con tempi morti, silenzi, stasi apparenti, ritorni. L’iper-efficienza (principio cardine della McDonaldizzazione) non tollera questi tempi e, dunque, non tollera la clinica.


(5) La sorveglianza organizzativa sostituisce la supervisione clinica.


Il controllo “non umano” è la forma più avanzata della McDonaldizzazione: non si valuta la qualità clinica, ma la conformità a metriche.


Per questo, sorge il dubbio che più che “modernità”, si tratta di un cambio di paradigma: la psicoterapia smette di essere una pratica intellettuale e relazionale e rischia di diventare una prestazione industrializzata.


5) Standardizzazione, managerialismo e misurabilità: il

caso CBT come dispositivo istituzionale


La critica di Farhad Dalal


La critica alla standardizzazione non è un’invenzione di chi scrive: nel Regno Unito è stata formulata in modo esplicito da Farhad Dalal, che in CBT: The Cognitive Behavioural Tsunami analizza l’affermazione della CBT come convergenza tra managerialismo, politica sanitaria e misurabilità burocratica.


La tesi, al netto delle appartenenze teoriche, è chiara e rilevante per tutti:


quando un approccio diventa “preferito” perché più misurabile, più standardizzabile, più gestibile su larga scala, la clinica viene piegata a criteri di rendicontazione. È un processo istituzionale, non un difetto individuale.

6) Deliberate practice e sviluppo dell’eccellenza: perché l’ecosistema conta più dell’anagrafe


Qui si inserisce un punto scientificamente delicato ma cruciale: la sensazione diffusa che la “solidità clinica” sia più frequente in chi si è formato in un’epoca pre-piattaforme non va trasformata in un giudizio di superiorità morale o anagrafica.


Va tradotta in un’ipotesi formativa.


La letteratura sulla deliberate practice applicata alla psicoterapia (Chow, Miller e colleghi) indica che lo sviluppo di terapeuti altamente efficaci è legato a pratiche intenzionali di miglioramento: feedback, riflessione sugli errori, allenamento mirato, supervisione di qualità.


Il punto, allora, non è “i giovani sono meno bravi”, ma: un ecosistema McDonaldizzato e uberizzato rende più difficile la deliberate practice, perché:


  • frammenta i percorsi,

  • premia rapidità e conformità,

  • penalizza l’incertezza (che è proprio il luogo in cui si impara),

  • sostituisce supervisione con metriche.


Questa è una tesi difendibile: sposta l’analisi su processi osservabili, non su offese di categoria.


7) Il “sé quantificato” e la psicologia che parla la lingua dei numeri


Deborah Lupton e l’alleanza tra piattaforme e cultura della misurazione


Un’altra cornice internazionale aiuta a capire perché il paziente contemporaneo sia così “compatibile” con la psicologia standardizzata: la cultura del Quantified Self, analizzata da Deborah Lupton.

Con la diffusione di dispositivi e app di self-tracking, la soggettività tende a percepirsi come un insieme di dati da ottimizzare; il vissuto diventa metrica, la complessità esperienza-significato viene tradotta in grafico, punteggio, performance.


In questo scenario, la psicoterapia industrializzata non è un’anomalia: è la prosecuzione coerente di una cultura che scambia misurazione per comprensione.


Qui emerge anche un rischio etico:


sistemi digitali capaci di orientare scelte e comportamenti attraverso “nudges” dinamici e personalizzati — i cosiddetti hypernudges — possono incidere sulla libertà decisionale. La letteratura su hypernudging e privacy decisionale (Yeung; Lanzing) mostra come tali tecniche possano compromettere autonomia, perché agiscono sul contesto di scelta in modo continuo e opaco.

Quando la cura entra in infrastrutture digitali che vivono di dati e ottimizzazione, la questione non è solo “comodità”: è governance, autonomia, confini, potere.


8) Il “colloquio conoscitivo” gratuito: non una gentilezza, ma un segnale di mercato


Il proliferare del cosiddetto incontro conoscitivo, spesso gratuito o a prezzo simbolico, è un indicatore della trasformazione della cura in servizio competitivo. Clinicamente, il gesto non è neutro: sposta il terapeuta in posizione di offerta e il paziente in posizione di valutatore, prima ancora di costituire un assetto di lavoro.


In termini McDonaldizzati: l’accesso deve essere “frictionless”, senza attrito, immediato. Ma la clinica non è un’app: è anche responsabilità, limite, scelta, tempo.


9) La domanda che resta: che cosa continuiamo a chiamare “psicologia clinica”?


A questo punto, la questione non riguarda più l’innovazione né l’adattamento ai tempi. La questione è preliminare e ineludibile: che cosa continuiamo a chiamare “psicologia”, “psicologia clinica”, “psicoterapia”?


Una pratica che si offre a prezzo ribassato, che si introduce attraverso colloqui gratuitamente svalutati, che si organizza in piattaforme dove il terapeuta è intercambiabile, valutabile, sostituibile come un operatore di servizio, non rappresenta una democratizzazione della cura. Rappresenta, al contrario, una depotenziazione sistemica della funzione clinica, sul piano simbolico prima ancora che su quello tecnico.


E qui si apre un nodo istituzionale: com’è possibile che una trasformazione così profonda avvenga senza un dibattito pubblico rigoroso e senza una cornice chiara di confini professionali?


Non è un’accusa: è una domanda necessaria.


Le istituzioni professionali nascono — almeno formalmente — per tutelare qualità, dignità e specificità dell’intervento. Se la professione smette di definire i propri confini, rischia di diventare un insieme di pratiche eterogenee tenute insieme solo dal nome.


10) Conclusione: una critica che vuole svegliare, non demolire


Resistenza clinica alla standardizzazione


Questa critica non nasce dal desiderio di contrapporre generazioni né di rivendicare un primato anagrafico. Nasce dal tentativo — necessario — di svegliare i nuovi professionisti (e insieme le istituzioni) dal rischio di una psicologia progressivamente svuotata di senso, responsabilità e dignità clinica.


Il punto non è difendere “il passato”. Il punto è difendere le condizioni di possibilità della buona clinica:


  • setting stabile,

  • tempo non comprimibile,

  • responsabilità non delegabile,

  • supervisione reale,

  • formazione che favorisca deliberate practice e maturazione dell’identità professionale.


La psicologia clinica in tutti i suoi orientamenti non è una prestazione rapida né un servizio a basso costo emotivo.


È una pratica che implica asimmetria, tempo, rischio, responsabilità e — soprattutto — una forma di profondità che non si lascia scalare come un prodotto.


Se questa profondità viene sacrificata sull’altare della misurabilità e della piattaformizzazione, allora la domanda finale non sarà “perché i giovani faticano”.


La domanda sarà più severa:


chi ha costruito un sistema in cui non è più necessario diventare clinicamente solidi per poter lavorare?

Questa domanda, in realtà, non è nuova. Ha già attraversato un passaggio storico decisivo: quando la psicoterapia — da pratica prevalentemente privata, lunga, non standardizzabile — ha iniziato a essere resa fattibile dentro i vincoli del servizio pubblico.


Lì emerse la tensione strutturale che oggi ritorna, moltiplicata dalla tecnologia: come si rende accessibile una cura senza trasformarla in prestazione?


Nel pubblico, il vincolo era la scarsità e l’esigenza di copertura: tempi contingentati, criteri di eleggibilità, protocolli, numeri. Oggi, nel capitalismo digitale, lo stesso meccanismo viene portato all’estremo: la scarsità viene sostituita dall’algoritmo e la copertura dall’“on demand”, ma l’esito tende a convergere: la clinica viene compressa fino a diventare erogazione, e ciò che non è misurabile, standardizzabile o rapido viene trattato come inefficienza.


È per questo che la piattaforma non rappresenta solo una tecnologia: rappresenta una fase ulteriore della stessa torsione storica, in cui il criterio non è più la qualità clinica, ma la sostenibilità organizzativa prima, e la sostenibilità economico-algoritmica poi.


Emerge chiaramente che la questione del “pubblico vs privato” non era solo economica: riguardava la qualità del pensiero clinico. Il gruppo di Psicoterapia e Scienze Umane ha sempre sostenuto che la psicoterapia deve essere un’occasione per pensare, un “atque” (e inoltre) che consente di trattenere l’attenzione sull’importanza del nesso tra i dati della realtà e l’esperienza psichica.


L’attuale frammentazione operata dalle piattaforme digitali e dalla logica neoliberista rappresenta l’antitesi di questo progetto. Dove il dibattito storico cercava di portare la profondità analitica nei servizi di massa, il neoliberismo compie il movimento inverso: porta nella profondità analitica la logica della massa — standardizzazione, accelerazione, compressione dei costi. La perdita della “maturazione del caso clinico” a favore di interventi parcellizzati e monitorati da algoritmi rischia di trasformare la psicoterapia in un meccanismo di controllo sociale mascherato da cura.


Conclusioni:


Reintegrare la Complessità nel Dispositivo di CuraLa storia del dibattito in questo settore insegna che non esiste una soluzione tecnica definitiva ai dilemmi della clinica.


L’impossibilità della psicoterapia nel pubblico, sostenuta dagli ortodossi, è stata smentita da decenni di pratica efficace che ha saputo adattare il setting senza tradire il processo. Tuttavia, la nuova minaccia non viene più da una mancanza di risorse o di spazi, ma da una sovrabbondanza di protocolli e strumenti digitali che svuotano l’incontro terapeutico del suo significato umano e politico.


Per recuperare la vitalità del settore, è necessario tornare a una pratica che valorizzi la “capacità negativa” e l’etica della dissidenza. Questo significa resistere alla tentazione di ridurre la clinica a una serie di checklist, pur mantenendo rigore nella verifica dei propri risultati attraverso la pratica deliberata e il monitoraggio dell’esito.


La psicoterapia, per rimanere tale, deve continuare a essere un luogo dove “pensa e ragiona” non siano solo verbi, ma la sostanza stessa dell’azione terapeutica in ogni ambito: dal più esclusivo studio privato al più affollato servizio pubblico.


In definitiva, l’evoluzione del dispositivo psicoterapeutico riflette la lotta per il riconoscimento del soggetto in un mondo che tende a ridurlo a oggetto di gestione economica. Il rispetto delle idee e il confronto vivace tra tesi opposte restano le uniche garanzie contro la deriva autoritaria del “pensiero unico” e la sterile efficienza del mercato. La sfida futura sarà quella di abitare la tecnologia e le istituzioni senza lasciarsi colonizzare dalle loro logiche perverse, mantenendo viva quella funzione psicoanalitica della mente che permette di vedere ciò che immediatamente non è rilevabile.



BIBLIOGRAFIA:


Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi (CNOP), Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, art. 36 (rapporti con i colleghi; cautela nei giudizi pubblici).

Weber, M. (1922/varie edizioni). Economia e società (o edizioni equivalenti su razionalizzazione/burocrazia e “gabbia d’acciaio”).

Ritzer, G. (1993; edizioni successive). The McDonaldization of Society (efficienza, calcolabilità, prevedibilità, controllo; “irrationality of rationality”).

DuBose, T. (riferimenti in ambito existential/humanistic criticism of industrialized therapy; saggi e interventi sulla standardizzazione e l’alienazione della cura).

Lippman, M. (2022). “Therapy apps are a nightmare for therapists”. The Verge (inchiesta su condizioni di lavoro e logiche operative nelle piattaforme).

Federal Trade Commission (FTC) (2023). BetterHelp settlement / enforcement action (provvedimento con pagamento e prescrizioni su condivisione di dati sanitari sensibili per finalità pubblicitarie).

Dalal, F. (2018). CBT: The Cognitive Behavioural Tsunami. Managerialism, Politics and the Corruptions of Science. Routledge.

Layard, R. (riferimenti su “wellbeing” e politiche pubbliche; utili per la cornice su managerialismo/performatività nella salute mentale).

Ericsson, K. A., Krampe, R. T., & Tesch-Römer, C. (1993). “The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance”. Psychological Review, 100(3), 363–406.

Miller, S. D., Hubble, M. A., Chow, D., & altri (riferimenti su Feedback-Informed Treatment, outcome monitoring e deliberate practice in psicoterapia; manuali e articoli applicativi).

Lambert, M. J. (riferimenti su outcome monitoring e ricerca sugli esiti; volumi e articoli su misurazione degli esiti senza riduzionismo “KPI”).

Wampold, B. E. (riferimenti su common factors, contesto terapeutico ed efficacia; testi utili contro la riduzione protocollare come unico criterio).

Norcross, J. C., & Lambert, M. J. (a cura di) (riferimenti su alleanza terapeutica e “evidence-based relationships”; volumi/handbook).

Lupton, D. (2016; edizioni e lavori correlati). The Quantified Self. Polity (e/o lavori accademici su self-tracking, datafication e soggettività).

Yeung, K. (2017/2018; lavori correlati). Contributi su “hypernudging”, regolazione algoritmica e problemi di autonomia/trasparenza (articoli su law & technology / regulation).

Lanzing, M. (lavori su decisional privacy, self-tracking e “hypernudges”; articoli su etica della tecnologia e autonomia decisionale).

Psicoterapia e Scienze Umane (rivista). Archivio e contributi storici sul rapporto tra setting, pensiero clinico e organizzazione dei servizi (pubblico/privato; limiti e possibilità della psicoterapia nei servizi).

Migone, P. (riferimenti in Psicoterapia e Scienze Umane e/o saggi sul tema psicoterapia nel servizio pubblico, setting e qualità del pensiero clinico; contributi storici al dibattito italiano).






 
 
 

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