Dalla psicopatologia del conflitto alla clinica della frammentazione: mutazioni del materiale psichico contemporaneo.
- Daniele Russo

- Feb 15
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Le persone non sono più quelle di prima. E i pazienti non sono più quelli di vent’anni fa.
Negli ultimi due decenni il materiale clinico ha subito una trasformazione qualitativa che non può essere spiegata esclusivamente attraverso l’evoluzione dei sistemi classificatori o delle categorie diagnostiche.
Ciò che appare mutato è la struttura stessa dell’esperienza soggettiva portata in seduta.
La generazione di terapeuti formatasi tra gli anni ’80 e ’90 ha lavorato prevalentemente su configurazioni psicopatologiche centrate sul conflitto:
organizzazioni nevrotiche con sistemi difensivi relativamente stabili
personalità borderline strutturate secondo la nosografia di Otto Kernberg,
dinamiche edipiche riconoscibili entro un orizzonte simbolico condiviso.
Il paziente contemporaneo, invece, sempre più spesso, non presenta un conflitto rimosso da interpretare, bensì una frammentazione dell’esperienza di sé che rende incerta la continuità narrativa, instabile la regolazione affettiva e vulnerabile la coesione identitaria.
1. Dalla rimozione alla discontinuità narrativa
Nella clinica tradizionale, l’interpretazione mirava a rendere cosciente il conflitto inconscio. L’impianto metapsicologico era fondato sulla dinamica pulsionale e sul lavoro del rimosso.
Oggi, come evidenziato nei contributi di Peter Fonagy sulla funzione riflessiva, il problema spesso non è ciò che è stato rimosso, ma ciò che non è mai stato adeguatamente mentalizzato.
La fragilità della capacità di rappresentare stati mentali propri e altrui produce incoerenza narrativa, oscillazioni identitarie e fallimenti nella regolazione degli affetti.
Caso clinico 1 – Incoerenza non manipolativa
Un giovane uomo di 29 anni, consulente creativo, portava in seduta racconti che cambiavano di tonalità e significato nel giro di pochi minuti. Alla domanda “Cosa ha provato in quel momento?”, rispondeva con sequenze contraddittorie: rabbia, indifferenza, poi vergogna.
Non vi era intento manipolatorio. Vi era una difficoltà reale a mantenere integrazione affettiva e narrativa.
Un intervento interpretativo classico (“Sembra che lei eviti il contatto con la rabbia”) produceva chiusura, sguardo basso, silenzio.
La modulazione regolativa e mentalizzante (“Mi chiedo se parti diverse di lei stiano cercando di capire cosa è successo… forse non è ancora del tutto chiaro neanche internamente”) consentiva invece una ripresa della continuità dialogica.
Qui la differenza non è teorica.
È tecnica.
2. Dalla colpa alla vergogna primaria
Il conflitto nevrotico classico si organizza attorno alla colpa. La clinica contemporanea mostra, invece, una prevalenza di vergogna primaria, esperienza nucleare del narcisismo vulnerabile come descritto da Heinz Kohut.
La vergogna non si presenta come rimorso per un desiderio proibito, ma come vissuto di inadeguatezza ontologica.
L’interpretazione diretta può essere vissuta come smascheramento umiliante.
Caso clinico 2 – Ritiro silenzioso
Una donna di 34 anni, professionista di successo, alternava idealizzazione del lavoro terapeutico a improvvisi raffreddamenti. In seguito a un confronto circa la sua tendenza a ritirarsi nelle relazioni intime, affermò con tono calmo: “Forse ha ragione”.
Alla seduta successiva si mostrò distante, verbalmente corretta ma affettivamente assente. Dopo tre incontri, sospese il trattamento senza conflitto esplicito.
La rilettura controtransferale mostrava come l’intervento, sebbene clinicamente corretto sul piano strutturale, avesse attivato vergogna primaria e vissuto di esposizione.
Una diversa modulazione (“Capisco quanto possa essere difficile restare esposti quando si teme di essere giudicati fragili”) avrebbe probabilmente preservato l’alleanza.
3. Regolazione affettiva e finestra di tolleranza
Gli studi di Bessel van der Kolk e della neurobiologia interpersonale hanno evidenziato come molti pazienti contemporanei presentino disregolazione dell’arousal più che conflitto simbolico strutturato.
L’iperattivazione e l’ipoattivazione interferiscono con la possibilità stessa di simbolizzare l’esperienza.
La clinica della frammentazione richiede dunque un passaggio tecnico preliminare:
stabilizzare prima di interpretare.
4. Implicazioni per la tecnica
Non si tratta di sostituire la lettura strutturale con un approccio puramente regolativo. Si tratta di integrare.
Il terapeuta deve poter distinguere:
quando il materiale è organizzato attorno a un conflitto e può essere interpretato;
quando è fragile e necessita prima di stabilizzazione, mentalizzazione e modulazione della vergogna.
Il rischio, in assenza di tale integrazione, è interpretare la frammentazione come resistenza o manipolazione, con conseguente attivazione controtransferale di irritazione o disprezzo.
5. Una questione generazionale, non ideologica
Non siamo di fronte a una sostituzione di paradigmi, ma a una trasformazione antropologica del materiale clinico.
Il terapeuta contemporaneo deve saper leggere la differenza tra:
conflitto strutturato
fragilità identitaria
narcisismo vulnerabile
dissociazione lieve
fallimento della mentalizzazione
La competenza oggi non consiste nel “sapere più teoria”, ma nel calibrare l’intervento in funzione della struttura del Sé che si ha di fronte.
Conclusione
La psicoterapia contemporanea non può limitarsi alla clinica dell’interpretazione del conflitto.
Deve includere una clinica della frammentazione, della vergogna primaria e della regolazione affettiva.
Non per essere più indulgente.
Per essere più precisa.
Chi presenta instabilità identitaria, oscillazioni relazionali e senso pervasivo di inadeguatezza necessita di un lavoro che distingua il conflitto dalla discontinuità strutturale, e intervenga con una modulazione tecnica coerente con tale distinzione.




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