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Chi sono – Dott. Daniele Russo, Psicologo Clinico Psicoterapeuta a Palermo
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Oltre vent’anni di esperienza sul campo
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Filosofia professionale: responsabilità, rigore e umanità
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Formazione e metodi diagnostici avanzati
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Psicologia autentica e impegno etico verso i pazienti
Conosci il Dott. Daniele Russo, psicologo clinico a Palermo con oltre 20 anni di esperienza. Metodo rigoroso, empatia e risultati concreti per ogni paziente.
dott. Daniele Russo
Psicologo Clinico & Forense Psicoterapeuta emdr
PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA PALERMO
Non esiste onore più grande che essere scelti
per custodire la mente di un essere umano
Grazie
In oltre vent’anni di lavoro clinico ho attraversato storie che non potrò dimenticare.
Non come ricordi emotivi, ma come responsabilità assunte.
Non ho mai incontrato “casi”.
Ho incontrato vite interrotte e fratture dell’esistenza.
Ogni seduta è un atto di fiducia del paziente nei miei confronti che non considero mai scontato.
La mente non è un meccanismo astratto. È storia, struttura, ferita, desiderio, memoria. Entrarvi richiede una disciplina interna e una responsabilità assoluta.
Il problema psicologico raramente lascia cicatrici visibili.
Modifica il respiro, l’assetto del corpo, la qualità dello sguardo.
Il lavoro clinico interviene lì: non sull’effetto superficiale, ma sulla struttura che lo genera.
M., quarantasei anni. Un mese di isolamento per un errore giudiziario. Nessuna condanna formale, ma una detenzione capace di incidere più di qualsiasi sentenza. Quando torna libero, il mondo è identico.
La sua mente no.
Le sbarre non sono più materiali, ma interne.
Ogni volto diventa sospetto, ogni silenzio carico di giudizio.
La libertà esterna non basta quando l’isolamento si è depositato nella struttura psichica.
V., diciassette anni, assiste all’omicidio della madre.
Un solo istante e l’asse simbolico che sostiene il mondo cede. La vita continua in apparenza — studio, relazioni, normalità formale — ma l’esperienza resta congelata, non integrata.
G., ventiquattro anni.
A otto anni il fratello gemello scompare.
L’infanzia si divide in due: un prima e un dopo.
Crescere con un’assenza non risolta significa costruire identità attorno a una domanda che non avrà risposta.
S., venticinque anni. La madre perde il lavoro.
Nessuna scena drammatica. Solo una frase. Lei cammina per due giorni finché il corpo cede.
Le gambe non rispondono più.
Nessuna lesione organica.
Il corpo traduce ciò che la mente non riesce a simbolizzare.
F., ventiquattro anni, all’uscita da un locale viene drogata e violentata da un gruppo di carogne.
In casi come questi il trauma non è soltanto un evento ma una frattura nel senso di sicurezza, nell’immagine di sé, nella fiducia primaria verso il mondo.
In questi anni, ho visto persone straordinarie piegarsi sotto il peso di traumi, ossessioni, paure persistenti, dipendenze affettive, abusi sessuali rimossi, maltrattamenti familiari, panico paralizzante.
Ho visto professionisti di successo incapaci di uscire di casa.
Ho visto donne forti perdere il confine di sé in relazioni distruttive.
Ho visto adolescenti esplodere, perché, non avevano ancora parole per nominare ciò che accadeva dentro.
Ho visto bambini esprimere con il corpo ciò che nessuno aveva saputo ascoltare.
Ho visto coppie innamorate possedute dalla dea della discordia.
E ho visto, con i miei occhi,
il vero miracolo
della vita mentale:
la sua irriducibile tendenza a ristrutturarsi quando viene messa nelle condizioni di riorganizzarsi.
Parlo di trasformazione psichica.
La mente che rielabora.
Il pensiero che si riordina, l’identità che si ricompone, il confine che si ristabilisce.
L'essere umano che riprende il controllo di sé e torna ad agire in modo consapevole nella propria realtà.
Donne sciogliere dipendenze affettive e traumi da abusi che sembravano definitivi.
Uomini consumati dall’ansia ritornare lucidi e diretti.
Giovani sfidare il panico e tornare a esporsi al mondo con autenticità e stabilità.
Con tutti quanti, esito di un lavoro rigoroso e continuativo, sostenuto da un’alleanza clinica autentica nella quale ci siamo schierati insieme dalla parte della vita.
Per questo ho voluto scrivere questa pagina.
Per celebrare tutti coloro che in questi anni hanno scelto di affrontare la propria sofferenza con coraggio, affidandomi la loro salute mentale; persone che si sono fidate delle parole scritte su questo sito e che hanno riconosciuto, nelle recensioni pubblicate sul web, testimonianze autentiche, frutto di esperienze reali e non di artifici.
Io li ho sempre chiamati, con rispetto e affetto, i miei “gladiatori”.
Non perché combattano contro qualcuno.
Ma perché hanno accettato di combattere dentro di sé.
E attraverso tutti loro ho imparato una lezione che desidero condividere:
La mente può ferirsi profondamente ma possiede una capacità di riorganizzazione che supera ciò che immaginiamo.
La mente non è un frammento fragile che si spezza definitivamente per gli urti che - purtroppo- patisce.
È una struttura complessa, dinamica, capace di ridefinire connessioni, significati e prospettive quando incontra uno spazio sicuro e un alleato competente.
La mente è memoria e possibilità.
È ferita e, nello stesso tempo, potenziale di integrazione.
È ciò che trattiene il dolore, ma anche ciò che può trasformarlo in comprensione.
Quando viene ascoltata con rigore, letta con precisione e sostenuta con responsabilità, la mente non si limita a sopravvivere: si ristruttura.
Ritrova coerenza interna, recupera padronanza, ristabilisce confini e restituisce a se stessa la capacità di scegliere, agire e vivere senza essere governata dal sintomo.
La mente, se incontrata nel modo giusto, non chiede mai di essere compatita. Non chiede piageria o dolcezza.
Chiede di essere compresa.
La mente, quando entra in crisi, perde la capacità di leggersi e soffre perchè non riesce più a riconoscersi.
La mente ferita non è cieca. È troppo immersa in sé per potersi vedere.
Ha bisogno di uno sguardo competente che la aiuti a ritrovare la propria forma.
Il lavoro terapeutico le restituisce la possibilità di guardarsi, comprendersi e riorganizzarsi. La cura inizia quando torna a vedersi.
Il mio è un lavoro complesso, difficilmente comprensibile a chi non lo pratica: non è visibile dall’esterno, non produce clamore, non si misura nell’immediatezza ma si riconosce negli esiti che durano per sempre.
È una relazione professionale tra due esseri umani: uno che attraversa un momento di vulnerabilità e chiede un aiuto specialistico, l’altro, che ha la competenza tecnica e la responsabilità di offrirlo.
È una relazione umana particolare.
Il punto più alto del mio lavoro non è essere indispensabile.
È diventare non più necessario.
Quando arriva il momento del congedo e posso dire “buona vita”, so che ciò che doveva essere costruito è stato consolidato.
Non perché io abbia salvato qualcuno ma perché quella persona ha recuperato pienamente la propria padronanza interiore.
In quei momenti non c’è esaltazione.
C’è una commozione autentica, silenziosa, condivisa.
C’è il riconoscimento reciproco di avere attraversato insieme il punto più critico, di non esserne stati sopraffatti, di avere sostenuto il passaggio più difficile con disciplina e coraggio.
Il saluto finale è il senso più profondo di un percorso attraversato con serietà.
Ci si dice addio, ma non si esce davvero indifferenti.
Perché, quando due persone attraversano insieme un tratto difficile con verità e lealtà clinica, qualcosa resta.
Non dipendenza o nostalgia.
Ma la traccia interiore di un passaggio compiuto che si chiama riconoscenza.
Ed è giusto così.
Il paziente ringrazia per l’aiuto ricevuto.
Io ringrazio per l’onore di essere entrato nella stanza più riservata del suo mondo interiore, di aver potuto osservare con rispetto ciò che lo faceva soffrire, comprenderne la struttura profonda e contribuire, con la metodologia di settore, alla ricostruzione di ciò che si era incrinato.
Grazie a chi mi ha affidato la sua fragilità.
Grazie a chi ha attraversato il dolore senza arrendersi.
Grazie a chi oggi vive senza più dover tornare.
E grazie, fin d’ora, a chi sentirà che è arrivato il momento di non rimandare più.
dott. Daniele Russo