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AUGURI DI BUON ANNO!!









Il 2025 ci lascia un’eredità pesante:

la fine dell’innocenza.




Il 2025, non è stato l’anno del futuro. È stato l’anno della perdita dell’innocenza collettiva.

Dal punto di vista clinico, il segno che il 2025 lascia non è un’innovazione o un’evoluzione, ma una cicatrice nell’inconscio collettivo, una traccia silenziosa che continuerà ad agire ben oltre la comprensione razionale, modellando paure, difese e legami futuri.

Abbiamo attraversato una soglia storica senza rendercene conto: siamo entrati in un mondo in cui il potere non chiede più il consenso, la tecnologia non chiede più il permesso e l’economia non promette più mobilità, ma sopravvivenza. Siamo più connessi, più potenziati, più informati.


Eppure mai siamo stati così svuotati. Non si tratta di crisi temporanee, né di oscillazioni fisiologiche della storia. Quello che attraversiamo sono lesioni strutturali del vivere contemporaneo.


Non assistiamo a un disagio diffuso, ma a una riorganizzazione patologica del vivere:dei legami, dell’identità, della fiducia, del senso stesso dell’essere nel mondo.

Queste sono le grandi fratture del nostro tempo. Non eventi passeggeri, ma linee di rottura profonde, destinate a incidere a lungo sulla psiche individuale e sull’inconscio collettivo.


Nello specifico:


- È crollato il contratto sociale.


Le persone non credono più che l’impegno produca futuro. Quando la promessa si spezza, non nasce la rivolta, ma una rabbia muta: una forza che non esplode, si ritrae. Diventa cinismo, disimpegno, indifferenza morale.


- Viviamo dentro una dissociazione digitale permanente.


Non distinguiamo più il vero dal verosimile. Non è un problema informatico, è un trauma psichico. L’iper-vigilanza continua ha un costo neurobiologico misurabile: stanchezza cronica, ansia diffusa, perdita di fiducia nella percezione stessa della realtà.


L’identità è sotto erosione.


In un mondo in cui le macchine producono senso, parola e immaginazione,l’umano vacilla. Non emerge emancipazione, ma inutilità percepita. La risposta è regressiva: tribalismi, fondamentalismi, isolamento radicale.


La solitudine, a questo punto, non è più un evento biografico. È diventata una condizione strutturale dell’esistenza contemporanea.


- Il 2025 ha normalizzato l’idea della fine.


Crisi climatica, guerre possibili, collassi economici: l’apocalisse non spaventa più. L’anestesia emotiva è il meccanismo di difesa collettivo estremo: protegge dalla follia,ma rende profondamente e pericolosamente manipolabili.



Abbiamo gli strumenti di un Dio e la tenuta emotiva di un naufrago che galleggia aggrappato a un pezzo di legno.




Il 2025 ci lascia più potenti sul piano tecnico e più fragili su quello psichico, più connessi e più soli, più informati e più svuotati. Non è un paradosso: è una conseguenza.


Come scriveva Sigmund Freud, «il progresso ha stretto un patto con la distruttività» (Il disagio della civiltà). Oggi quel patto non è un’astrazione teorica: è inscritto nel corpo dei pazienti. Persone perfettamente funzionanti, competenti, performanti, che arrivano in studio e ripetono una frase ormai ricorrente, quasi stereotipata:


«Non sto male, ma non sto nemmeno bene. Non sto più niente».

Non è la depressione classica, non è l’ansia acuta. È un nuovo assetto sintomatologico, rilevabile solo da chi lavora davvero sul campo: quello che definisco esaurimento del senso.


Una donna, trentacinque anni, tre dispositivi sempre accesi, impresa avviata, controllo totale della propria immagine e del proprio corpo, relazioni accuratamente “gestite”. Tutto funziona, tutto è coerente, tutto è riuscito. Eppure, non chiede di guarire: chiede come smettere di sentire il vuoto quando nulla sembra mancare.


Un uomo poco più grande racconta di non litigare mai: ha imparato a sparire. Non chiude, non attraversa, non elabora. Sostituisce. Per lui le persone sono intercambiabili, fotocopie emotive che ripetono sempre lo stesso copione.


Non è cinismo intellettuale: è una difesa. Difesa di chi cerca amore e incontra solo maschere.

Giovani che arrivano con il Rolex al polso, arricchiti da lavori digitali opachi, rapidi, non localizzabili, economicamente vincenti e affettivamente deserti. Giovani che dicono di “stare bene” ma non sanno più cosa significhi essere toccati emotivamente.


Altri che cercano l’amore e ricevono una sola risposta, ormai diventata un mantra culturale:


«Goditi il momento».


Traduzione clinica: non chiedere legame, non chiedere durata, non chiedere verità.


Mai come nel 2025 tutto questo è apparso simultaneamente, come sotto una forma di ipnosi collettiva. Abbiamo esibito versioni patinate, performanti, sempre ottimizzate di noi stessi. Sempre sul pezzo, sempre sul livello, sempre al top.


Ma non possiamo più fingere di non vedere il costo psichico di questa messa in scena permanente.


Il 2025 non ci lascia risultati da esibire. Ci lascia stanchezza, disincanto, assottigliamento emotivo. Non ci lascia certezze, ma relazioni intermittenti, povere di presenza e ricche di strategie difensive. Ci lascia la sensazione di aver parlato senza sosta e di aver detto pochissimo, di aver comunicato ovunque e incontrato quasi nessuno.


Corpi iperfunzionanti, menti esauste. Agende piene. Vite svuotate.


Come aveva intuito Carl Gustav Jung, «ciò a cui resistiamo non solo persiste, ma cresce».


Abbiamo resistito alla fragilità, al limite, alla dipendenza reciproca. Il risultato non è forza, ma cinismo adattivo: un assetto psichico in cui ci si protegge non sentendo più, non provando più, non rischiando più.


Il sospetto che il 2025 ci lascia - ormai impossibile da rimuovere - è che qualcosa si sia spezzato non fuori, ma tra di noi. Gli affetti sono diventati processi, le persone opzioni, i legami contratti a tempo determinato. Si resta finché non costa troppo, poi si scompare. Non per crudeltà, ma per impoverimento emotivo strutturale.


Questa non è una previsione. È una diagnosi.


E come ogni diagnosi autentica, non serve a consolare: serve a dare un nome a ciò che sta già operando, silenziosamente, nelle nostre vite.


Abbiamo passato troppo tempo a ottimizzare tutto: noi stessi, le relazioni, le parole, persino le emozioni. Abbiamo reso l’umano performante, efficiente, spendibile. E nel farlo abbiamo sacrificato ciò che non si può misurare né capitalizzare: la presenza.

I legami si sono fatti contratti impliciti.

Le presenze intermittenti.

Gli affetti reversibili.

Con la porta sempre socchiusa, pronti a uscire prima di sentire troppo. Si è imparato a sparire invece di parlare. A sostituire invece di attraversare. A gestire invece di stare.

E tutto questo ci è stato venduto come maturità, come evoluzione, come libertà.

Non lo è.

Non lo è mai stato.



CONCLUSIONI E AUGURI DI BUON ANNO


Il 2025 ci lascia questo: la prova definitiva che non possiamo continuare così. E allora forse il prossimo anno non serve a fare di più.

Serve a smettere.


Abbiamo perso qualcosa di essenziale: l’umanità stessa.


Per questo non vi auguro un anno pieno. Vi auguro un anno vuoto il giusto.


Vi auguro di sapervi sedere, ogni tanto. Di svegliarvi presto, quando la città è ancora imperfetta, stropicciata, non pronta. E di ascoltare il silenzio non per usarlo, non per riempirlo, ma per sentirlo davvero.


Vi auguro un caffè bevuto lentamente. Così lentamente da non svegliare il corpo, ma il pensiero.E quello sguardo sulle mani, a un certo punto, a chiedervi perché le muovete anche quando non serve.

La risposta è semplice e dimenticata: perché siete vivi.


Vi auguro di camminare senza meta. Senza GPS, senza obiettivo, senza traccia. Solo per ricordare che non tutto deve portare da qualche parte per avere valore.


Vi auguro incontri che non servono a niente, se non a farvi restare un po’ di più.

Conversazioni che non chiariscono, ma scaldano.

Presenze che non promettono futuro, ma non scappano.


Vi auguro di concedervi la stanchezza senza trasformarla in colpa.

Di accettare i limiti senza viverli come una sconfitta.

Di tollerare il vuoto senza riempirlo subito di rumore, di fretta, di prestazione.


Vi auguro di ricordare, almeno una volta, che l’essere umano non è fatto per funzionare, ma per sentire.

Non per essere sempre all’altezza, ma per essere presente.


E quando l’anno sarà finito - perché finirà, come finiscono tutte le cose - vi auguro di riuscire a pensare questo, senza cinismo, con dolcezza:



E’ terribile essere finiti. Ed è proprio per questo che siamo sacri.



Non siamo sacri perché siamo potenti, non perché siamo speciali, non perché duriamo.

Siamo sacri perché, fin dalla nascita, viviamo sulla soglia della fine.


Ogni gesto ha un tempo limitato. Ogni incontro è esposto alla perdita. Ogni amore è fragile perché può spezzarsi. Se fossimo infiniti non saremmo sacri.

Saremmo ripetibili. Sostituibili, inconsumabili.


Il sacro nasce sempre dal limite, dal confine, dalla soglia.


Noi siamo esseri di soglia: tra nascita e morte, tra presenza e assenza, tra ciò che possiamo dire e ciò che ci supera.


È la fine che rende ogni istante degno di cura. È la possibilità della perdita che rende l’incontro reale. È il tempo che scorre - e non torna - a dare peso alle parole, ai corpi, alle scelte.


Abbiamo scambiato la finitezza per un difetto da correggere. Qualcosa da ottimizzare,da negare, da anestetizzare. Ma è proprio lì che abita il senso.

Essere finiti non significa essere mancanti. Significa essere responsabili.

Di ciò che facciamo, di come amiamo e restiamo.


Per questo siamo sacri.


Non nonostante il limite, ma attraverso il limite.


Ricordarlo non è filosofia. È un atto di umanità.


Buon anno.


Non perfetto.

Non performante.



Ma ancora,


ostinatamente, umano.




Dott. Daniele Russo – psicologo a Palermo.























 
 
 

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dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico

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