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Perché non mostro il mio volto

Una riflessione clinica (e culturale) sull’epoca dell’immagine

di Daniele Russo




Viviamo immersi in un’epoca in cui l’immagine ha assunto il valore di una verità assoluta. Sui social, nei siti professionali, nei biglietti da visita: l’imperativo è mostrarsi, esibirsi, “metterci la faccia", come se la qualità del lavoro potesse misurarsi in pixel.


Come se la profondità del pensiero potesse coincidere con un’inquadratura ben fatta.

Ma io, sin dall'inizio, ho scelto di no.


Nel mio sito, nei miei canali, non troverai selfie. Non troverai sorrisi posati o scatti rassicuranti davanti a una libreria. Non è un errore, né una dimenticanza.

È una scelta clinica, etica e culturale che rivendico come atto politico.


Non è il volto dello psicologo a curare.

È la sua mente. È la sua capacità di ascolto. È la qualità del suo sguardo interiore.

“Chi guarda troppo l’immagine, smette di vedere la profondità.”— Susan Sontag

Nel mio studio, quando una persona entra per la prima volta, io non chiedo di essere riconosciuto, chiedo alla persona che cosa le sta accadendo, come mai ha chiesto un incontro. Perché la terapia, quella vera, non è mai un’esibizione. È un incontro. Silenzioso, delicato, autentico.


Psicologia e identità: ciò che cura non si vede


Tutti possiamo avere un volto. Ma non tutti sanno sostenere uno sguardo. In terapia, il vero cambiamento non nasce dalla superficie, ma da ciò che accade nel profondo: le parole che risuonano, i silenzi che contengono, le frasi che svelano qualcosa che non era mai stato detto prima.

Se la psicologia viene ridotta a una vetrina – dove l’“esperto” si propone come marchio, come prodotto, come influencer – rischiamo di perdere la sua funzione più nobile: quella di strumento di trasformazione umana.


Io non sono uno psicologo da vetrina. Sono uno psicologo da stanza.


La mia scelta: sottrarmi all’ossessione dell’apparire


Ho scelto di non mostrare il mio volto non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché credo profondamente in un principio: la cura non si misura con l’apparenza.

Le persone che scelgono di lavorare con me lo fanno perché sentono che posso comprenderle. Perché leggono ciò che scrivo, ascoltano ciò che dico, riconoscono un pensiero forte e una presenza vera.

Non perché ho una bella foto profilo.

“Mostrare tutto è un modo per non dire niente.”— Roland Barthes

L’etica della presenza: esserci davvero, anche senza viso


Oggi il rischio più grande è quello di diventare operatori di immagine, anziché clinici della parola. Ma in psicologia, ciò che conta è la qualità della presenza, non la fotogenia.

Quando uno psicologo mette in primo piano se stesso, rischia di occupare lo spazio che invece dovrebbe appartenere al paziente. Io voglio che il mio volto non interferisca con la tua storia. Che il mio corpo non sia una distrazione. Che tu possa parlarmi senza doverti chiedere a chi sto parlando, davvero.


Conclusione: la mia non è assenza, è rispetto


Nel tempo dell’immagine, la mia assenza visiva è una forma di presenza più radicale.

È il mio modo di dirti che sei tu, non io, il centro del percorso.

È il mio modo per dirti:"Puoi entrare. Puoi parlare. Non ti sto guardando per giudicarti. Sto ascoltando per capirti."



PS. Il tizio che google inserisce come psicologo palermo daniele russo non sono io ma è un presunto collega di Milano mio omonimo.

 
 
 

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dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico

e Forense Psicoterapeuta EMDR

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