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Triangolo intellettuale e passionale tra Sigmund Freud , Carl Gustav Jung e Sabine  Spielrein all'inizio del '900. 

La coppia non si cura quando smette di litigare. Si cura quando smette di mentire.

In molte relazioni il problema non è il conflitto.
Il problema è ciò che il conflitto copre.

Una coppia può discutere per anni di soldi, figli, famiglia d’origine, sessualità, tradimenti, silenzi, messaggi, orari, attenzioni mancate, ma spesso il vero nucleo clinico non si trova nel contenuto apparente della lite.

Si trova più in profondità.

 

Si trova nel modo in cui ciascun partner ha imparato ad amare, a difendersi, a chiedere, a fuggire, a punire, a trattenere, a desiderare.

John Bowlby ricordava che il bisogno di una base sicura accompagna l’essere umano “dalla culla alla tomba” — “from the cradle to the grave” — mostrando come il legame affettivo adulto non sia una semplice scelta razionale, ma una struttura profonda di sicurezza, paura, appartenenza e separazione.

 

Per questo, quando una coppia entra in crisi, non entra in crisi soltanto una relazione.

 

Entrano in crisi le sicurezze primitive di entrambi.

Entra in crisi il modo in cui ciascuno sente di poter essere amato senza essere annullato, cercato senza essere invaso, desiderato senza essere posseduto, lasciato libero senza essere abbandonato.

 

Donald W. Winnicott scriveva: “It is a joy to be hidden, but a disaster not to be found” — “È una gioia essere nascosti, ma un disastro non essere trovati” (Winnicott, 1971).
 

Questa frase, nella clinica della coppia, assume un valore straordinario.

Molti partner non chiedono davvero di essere capiti.
 

Chiedono di essere trovati.

 

Dietro l’aggressività, spesso c’è una domanda d’amore formulata male.
Dietro il silenzio, una protesta congelata.
Dietro il tradimento, non sempre c’è solo desiderio dell’altro, ma talvolta il tentativo disperato di recuperare una parte morta di sé.
Dietro la freddezza sessuale, può esserci un corpo che non si sente più visto, scelto, cercato.

 

La terapia di coppia, nel mio approccio clinico, non serve a stabilire chi ha ragione.

 

Serve a comprendere cosa sta accadendo al legame.

Serve a distinguere la colpa dalla responsabilità, la ferita dalla vendetta, il bisogno dall’accusa, la distanza dalla fine, il desiderio dalla dipendenza.

 

Dal litigio alla struttura profonda del legame

 

Nella coppia, ciò che appare spesso è solo la superficie.

Lui dice: “Non mi ascolti”.
Lei dice: “Non mi vedi”.
Lui dice: “Esageri sempre”.
Lei dice: “Ti chiudi e sparisci”.

 

Uno chiede presenza. L’altro chiede respiro.
Uno attacca perché teme di non contare.
L’altro fugge perché teme di essere inghiottito.

 

La terapia inizia quando la coppia smette di usare il partner come imputato e comincia a considerare la relazione come un organismo vivo, ferito, ma ancora leggibile.

 

John Gottman ha descritto quattro modalità comunicative particolarmente distruttive: critica, disprezzo, difensività e ritiro emotivo, i cosiddetti “Four Horsemen” della crisi coniugale.
 

Quando queste modalità diventano croniche, la coppia non comunica più: si consuma.

 

Il disprezzo è particolarmente grave perché non attacca soltanto un comportamento.
 

Attacca la dignità dell’altro.

Il sarcasmo, l’umiliazione, l’indifferenza, il tono superiore, il gesto di fastidio, lo sguardo che svaluta: sono micro-lesioni quotidiane che lentamente erodono il legame.

 

Una coppia può sopravvivere a una crisi.
Può sopravvivere a un tradimento.
Può sopravvivere a una fase di distanza.

 

Ma difficilmente sopravvive a lungo quando uno dei due comincia a guardare l’altro come un essere inferiore.

 

Il desiderio non vive dove tutto è controllo

 

Un altro punto fondamentale riguarda la sessualità.

Molte coppie arrivano in consultazione quando il desiderio è già diventato un argomento imbarazzante, un dovere evitato, una trattativa, una ferita narcisistica o una prova del fallimento relazionale.

Ma il desiderio non si comanda.
Non si pretende.
Non si elemosina.
Non si ottiene con il rimprovero.

 

Esther Perel ha scritto: “Love likes to shrink the distance that exists between me and you, while desire is energized by it” — “L’amore ama ridurre la distanza tra me e te, mentre il desiderio è alimentato da quella distanza” (Perel, 2006).

 

Questa è una delle verità più delicate della clinica di coppia.

 

L’amore cerca sicurezza.
 

Il desiderio ha bisogno anche di alterità.

 

Quando due partner diventano soltanto organizzatori domestici, genitori, amministratori di problemi, soci della quotidianità, controllori reciproci o custodi del rancore, l’erotismo si spegne.

 

Non perché manchi necessariamente l’amore.

 

Ma perché manca lo spazio psichico in cui l’altro possa tornare a essere desiderabile.

 

Il desiderio richiede presenza, ma anche mistero.
 

Richiede intimità, ma anche differenziazione.
Richiede fiducia, ma anche libertà interiore.
Richiede corpo, ma anche immaginazione.

 

Una terapia di coppia seria non riduce la sessualità a una tecnica.
 

La legge come linguaggio.

 

Il corpo parla quando le parole hanno fallito.
Il rifiuto parla.
L’assenza di iniziativa parla.
La ricerca compulsiva di conferme parla.
La gelosia parla.
Il tradimento parla.
La pornografia usata come rifugio parla.
La perdita di desiderio parla.

Il compito clinico non è giudicare quel linguaggio.
È comprenderlo.

 

Il mio lavoro con la coppia

 

Il mio intervento clinico si fonda su alcuni passaggi essenziali.

Prima di tutto, ascolto la storia della relazione: come è nata, cosa ha generato attrazione, quali promesse implicite sono state costruite, quali fratture si sono accumulate, quali eventi hanno modificato l’equilibrio originario.

 

Poi osservo il modo in cui i partner parlano tra loro.

Non soltanto cosa dicono.
Ma come lo dicono.

Il tono.
Le interruzioni.
Le alleanze implicite.
I silenzi.
Gli sguardi.
Le provocazioni.
I tentativi di riparazione.
Le micro-espressioni di resa.
Il punto esatto in cui uno dei due smette di ascoltare e comincia solo a difendersi.

 

In una coppia, spesso, il contenuto della discussione è meno importante della sequenza emotiva che si ripete.

 

Uno rincorre, l’altro fugge.
Uno accusa, l’altro si chiude.
Uno chiede conferme, l’altro si sente controllato.
Uno esplode, l’altro scompare.
Uno pretende verità, l’altro offre mezze risposte.
Uno vuole parlare subito, l’altro rimanda fino a rendere impossibile ogni riparazione.

La terapia serve a interrompere queste sequenze.

Non con formule generiche.
 

Non con consigli banali.
Non con frasi motivazionali.
Ma attraverso una lettura clinica precisa della dinamica relazionale.

 

Una terapia per coppie che vogliono davvero guardarsi

 

Questo percorso non è indicato per chi cerca un arbitro.

 

Non è indicato per chi vuole portare il partner “a farsi correggere”.
Non è indicato per chi ha già deciso di andarsene e vuole soltanto una certificazione morale della propria scelta.
Non è indicato per chi mente, manipola, omette sistematicamente o usa la terapia come scena ulteriore del conflitto.

 

È indicato per coppie che hanno ancora una domanda viva.

 

Anche se ferita.
Anche se confusa.
Anche se sporca di rabbia.
Anche se appesantita dal dolore.

 

È indicato per chi sente che, sotto la crisi, esiste ancora qualcosa che merita di essere compreso prima di essere distrutto.

 

Perché alcune coppie non sono finite.
 

Sono solo intrappolate. Intrappolate in copioni antichi.
In difese infantili.
In orgogli rigidi. In ferite non dette.
In tradimenti non elaborati.
In lutti non riconosciuti.
In famiglie d’origine mai veramente lasciate.
In ruoli diventati prigioni.

 

La terapia di coppia, quando è condotta con rigore, può diventare uno spazio potente di verità.

 

Non sempre per restare insieme a ogni costo.

 

Ma per capire se esiste ancora una possibilità reale di incontro.

 

E quando questa possibilità esiste, il lavoro clinico può aiutare la coppia a trasformare il conflitto in conoscenza, la distanza in parola, la ferita in responsabilità, il desiderio in presenza nuova.

 

Quando chiamare

 

Se vi accorgete che parlate sempre delle stesse cose senza arrivare mai a nulla.
 

Se ogni discussione finisce con maggiore distanza.
Se il silenzio è diventato più frequente dell’intimità.
Se il desiderio si è spento e nessuno dei due sa più come nominarlo.
Se un tradimento ha rotto la fiducia.
Se la rabbia è diventata il linguaggio ordinario della relazione.
Se vi amate ancora, ma non sapete più come raggiungervi.

 

Allora non è più il momento di rimandare.

 

È il momento di fermare la distruzione automatica del legame e iniziare a comprendere, con lucidità clinica, cosa sta davvero accadendo tra voi.

 

Prenotare un colloquio non significa dichiarare che la coppia è fallita.
 

Significa riconoscere che il rapporto merita uno spazio serio, competente e protetto prima che la sofferenza diventi irreversibile.

 

Dott. Daniele Russo


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Approfondimenti: 

Il mio approccio clinico 

Nota di trasparenza clinica:

 

I pazienti sono informati che il dott. Russo ha maturato un’esperienza clinica sul campo di oltre 20 anni, confrontandosi con una vasta gamma di tipologie di pazienti e casi clinici anche complessi.

Questo percorso professionale non implica infallibilità ma garantisce una solida competenza, sensibilità clinica e capacità di lettura specialistica ai processi psichici di ogni individuo.

L’esperienza non sostituisce la complessità e l’unicità della persona ma rappresenta una risorsa significativa nel sostenere i pazienti in un percorso serio, strutturato e consapevole.

Inoltre,  la terapia di coppia, per sua natura, non ammette finzioni, menzogne o deleghe di responsabilità.
Non è uno spazio neutro nel quale cercare una legittimazione esterna per confermare decisioni già prese o uno strumento da utilizzare per interrompere un rapporto “perché lo ha detto lo psicologo”.

 

Quando una coppia chiede aiuto, il lavoro clinico può iniziare solo a una condizione imprescindibile:

 

che entrambi i partner siano disposti ad assumersi la responsabilità della relazione, senza maschere, senza strategie difensive e senza l’illusione che il cambiamento possa avvenire a carico di uno solo.

La diade di coppia deve essere consapevole che l’intervento psicologico non può sostituirsi alla dedizione reciproca, né creare artificialmente un legame dove questa dedizione è venuta meno.

 

Quando uno o entrambi i partner non sono realmente disponibili ad abbandonare dinamiche distruttive, a rinunciare al controllo o a interrogarsi sul proprio contributo al conflitto, la terapia rimane inevitabilmente sterile.

dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico

e Forense Psicoterapeuta EMDR

​Albo n. 3685 sez. A – 07.06.2006

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