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Genitori separati con figli

Lacan: desiderio, scandalo e Nome-del-Padre (anni ’30–’50)

Jacques Lacan non si limita a teorizzare il desiderio: lo vive.

Mentre è ancora sposato, si lega a Sylvia Bataille, allora moglie (separata) del filosofo Georges Bataille. Un intreccio che scuote la Parigi intellettuale.

Da quella relazione nasce Judith Miller, costretta per anni a portare un cognome che non è il suo: una vicenda che rende concreta la questione del Nome-del-Padre, trasformando la teoria in conflitto reale. Judith diventerà poi il fulcro dell’eredità lacaniana, sposando Jacques-Alain Miller, l’allievo designato.

Lacan non ha spiegato il desiderio. Lo ha vissuto, contro le regole, contro la legge, contro il nome stesso.

Quando l'amore è  finito ma il conflitto prosegue nel legame genitoriale a danno dei figli.

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Ci sono separazioni che segnano una fine reale della relazione affettiva e altre che, pur interrompendo formalmente il legame di coppia, continuano a vivere sotto forme diverse, spesso più sottili e persistenti. In questi casi, il conflitto non scompare, ma si trasferisce nel piano genitoriale, trovando espressione proprio nel punto più delicato e vulnerabile: i figli.

Due persone che non sono più una coppia restano comunque genitori.

 

Questo implica la necessità di continuare a comunicare, prendere decisioni condivise, coordinarsi su aspetti educativi, affettivi e organizzativi. Quando questa collaborazione viene meno, il conflitto non resta circoscritto tra gli adulti, ma si espande, coinvolgendo inevitabilmente il minore.

 

All’inizio le divergenze possono apparire limitate e gestibili: una differenza sugli orari, sulle regole, sulle scelte scolastiche o educative.

 

Progressivamente, tuttavia, ciò che nasce come disaccordo evolve in una dinamica più complessa, in cui ogni decisione diventa motivo di scontro, ogni comunicazione si carica di tensione e ogni confronto si trasforma in un terreno di contrapposizione.

 

In questo passaggio, ciò che formalmente riguarda il benessere del figlio rischia di diventare il luogo attraverso cui si esprime un conflitto che appartiene ancora alla relazione di coppia e che non è stato realmente elaborato.

 

Molti genitori descrivono una condizione di blocco relazionale: incapacità di dialogare senza litigare, impossibilità di raggiungere accordi, sensazione costante che l’altro agisca contro, o peggio, utilizzi il figlio come strumento di pressione o di rivalsa. In queste situazioni il minore si trova esposto a una tensione continua, spesso non esplicitata ma profondamente percepita.

 

Il diritto del minore a crescere in un contesto emotivamente stabile e sufficientemente protetto non è un principio astratto, ma un criterio fondamentale riconosciuto sia sul piano psicologico che giuridico. Il cosiddetto “superiore interesse del minore” non si esaurisce nella definizione di tempi di visita o nella distribuzione delle responsabilità genitoriali, ma riguarda la qualità del clima relazionale in cui il bambino o l’adolescente è inserito.

 

Quando il conflitto tra genitori separati diventa cronico, il rischio non è soltanto organizzativo, ma profondamente evolutivo.

 

Il minore può sentirsi diviso, può sviluppare modalità adattive disfunzionali, può assumere ruoli che non gli competono — mediatore, alleato, messaggero — oppure interiorizzare un modello relazionale basato sulla tensione, sull’ambivalenza e sull’insicurezza.

È importante comprendere che, nella maggior parte dei casi, ciascun genitore è convinto di agire nel migliore interesse del figlio. Ed è proprio questa convinzione, se non accompagnata da una reale capacità di riconoscere i propri limiti e le proprie implicazioni emotive, a rendere il conflitto ancora più rigido e difficilmente modificabile.

 

Ciò che spesso non viene visto è che il conflitto genitoriale rappresenta la prosecuzione di dinamiche non risolte nella relazione di coppia: rabbia, senso di ingiustizia, bisogno di controllo, difficoltà a separarsi psicologicamente dall’altro.

 

Finché questi elementi restano attivi, ogni tentativo di accordo sul piano educativo è destinato a fallire o a produrre soluzioni instabili.

e crescere un figlio. 

Approfondimenti

Separazione conflittuale, CTU e tutela dei figli: perché il tribunale non può sostituire il lavoro clinico sui genitori

In ambito giudiziario, le situazioni di elevata conflittualità genitoriale vengono frequentemente affrontate attraverso strumenti come la consulenza tecnica d’ufficio, la regolamentazione degli incontri, lo spazio neutro, l’intervento dei servizi sociali o l’invio alla mediazione familiare. Si tratta di strumenti importanti, previsti o richiamati dal sistema giuridico, ma che devono essere compresi nella loro reale funzione, senza attribuire loro finalità che non possiedono.

La consulenza tecnica d’ufficio, disciplinata dagli artt. 61 e 191 e seguenti del Codice di procedura civile, è un ausilio tecnico al giudice: serve a fornire elementi specialistici di valutazione all’autorità giudiziaria, non a curare la relazione tra i genitori.

 

La CTU, infatti, non nasce come intervento terapeutico, ma come strumento peritale. Il consulente tecnico non è chiamato a “guarire” la coppia genitoriale, né a trasformare dall’interno la struttura del conflitto, ma a osservare, valutare, rispondere ai quesiti del giudice e contribuire alla decisione nell’interesse del minore.

 

La giurisprudenza ribadisce da tempo che la CTU, in linea generale, non è un mezzo di prova in senso proprio, ma uno strumento di valutazione tecnica a supporto del giudice.

 

Anche la mediazione familiare, valorizzata dalla riforma Cartabia nel nuovo rito delle persone, dei minorenni e delle famiglie, va correttamente inquadrata. L’art. 473-bis.10 c.p.c. prevede che il giudice possa informare le parti della possibilità di avvalersi della mediazione familiare; l’art. 473-bis.14 c.p.c. richiama tale informazione già nel decreto di fissazione dell’udienza; l’art. 473-bis.43 c.p.c. stabilisce inoltre limiti specifici, vietando l’avvio della mediazione in presenza di determinate situazioni di violenza domestica o di genere.

 

Questo significa che la mediazione può essere utile, ma non è uno strumento magico, né può essere proposta indiscriminatamente come soluzione universale del conflitto.

 

Lo spazio neutro, a sua volta, ha una funzione prevalentemente protettiva, osservativa o facilitante rispetto agli incontri tra minore e genitore, soprattutto quando la relazione è compromessa, sospesa o attraversata da rilevanti criticità. Ma anche lo spazio neutro non coincide con un lavoro clinico profondo sulla relazione genitoriale. Può contenere il conflitto, può osservare le interazioni, può consentire al minore di incontrare un genitore in un contesto più tutelato; tuttavia non sempre modifica le dinamiche emotive sottostanti che continuano ad alimentare rabbia, sfiducia, vendetta, controllo, svalutazione reciproca e uso inconsapevole del figlio come terreno di scontro.

 

Occorre dirlo con chiarezza: molte CTU falliscono non perché siano inutili in sé, ma perché vengono investite di un compito che non è il loro. Falliscono quando i genitori pensano che sarà il consulente del giudice a “risolvere” il conflitto. Falliscono quando la perizia diventa l’ennesimo campo di battaglia, con ciascun genitore impegnato a dimostrare l’inadeguatezza dell’altro. Falliscono quando l’interesse del minore viene proclamato formalmente, ma emotivamente subordinato al bisogno adulto di vincere.

 

Le linee guida e la letteratura di settore insistono da anni sulla necessità di rigore metodologico, distinzione dei ruoli, valutazione non suggestiva, attenzione alle ipotesi alternative e centralità del minore; proprio perché, nei procedimenti familiari, il rischio di confondere valutazione, conflitto e cura è molto alto.

 

In altri termini, la CTU può fotografare un sistema familiare, può descriverne le criticità, può orientare il giudice, può formulare indicazioni. Ma una fotografia, per quanto accurata, non è ancora una trasformazione.

 

Una relazione tecnica può chiarire il problema, ma non necessariamente lo scioglie.

 

Un provvedimento giudiziario può imporre regole, tempi, modalità, responsabilità; ma non sempre riesce a modificare l’odio, la paura, il rancore, la ferita narcisistica e la diffidenza profonda che continuano a muovere i genitori.

 

È proprio in questo spazio che si colloca l’intervento clinico dello scrivente.

 

Il lavoro con genitori separati ad alta conflittualità non ha l’obiettivo di ricostruire la coppia, né di stabilire chi abbia ragione nella storia sentimentale.Non serve a cancellare tradimenti, abbandoni, umiliazioni o ferite antiche. Serve a fare qualcosa di più urgente e, spesso, molto più difficile: rendere possibile una collaborazione genitoriale sufficientemente funzionale, anche quando l’amore è finito, anche quando la fiducia è compromessa, anche quando la coppia non esiste più.

A voi, padri e madri che state vivendo una separazione conflittuale, va detto senza retorica: vostro figlio non ha bisogno che torniate insieme. Ha bisogno che smettiate di farlo vivere dentro la vostra guerra.

 

Un padre ferito può sentirsi tradito, escluso, svalutato, sostituito. Può vivere la separazione come una mutilazione del proprio ruolo, della propria identità, perfino della propria dignità.

 

Una madre ferita può sentirsi abbandonata, usata, non riconosciuta, lasciata sola a reggere la quotidianità emotiva dei figli.

 

Entrambi possono avere ragioni reali.

Entrambi possono avere ferite legittime.

 

Ma un figlio non può diventare il tribunale permanente in cui queste ferite vengono depositate ogni giorno.

 

Il lavoro clinico consiste esattamente in questo: separare ciò che appartiene alla storia della coppia da ciò che riguarda la funzione genitoriale. Significa aiutare il padre a non trasformare il dolore verso la madre in distanza dal figlio. Significa aiutare la madre a non trasformare la rabbia verso il padre in clima emotivo dominante della casa. Significa interrompere quel circuito invisibile in cui ogni decisione scolastica, sanitaria, educativa o quotidiana diventa il pretesto per continuare a combattere.

 

Non è necessario essere d’accordo su tutto.

È necessario costruire una soglia minima di affidabilità reciproca.

 

È necessario che il figlio non debba temere di amare un genitore davanti all’altro. È necessario che non debba censurare una frase, nascondere una telefonata, mentire su una visita, reprimere una gioia o trasformare il proprio corpo in sintomo per farvi capire che sta male.

 

Questo tipo di intervento richiede esperienza clinica, lettura profonda delle dinamiche familiari, capacità di contenere aggressività, vittimismo, manipolazione, dolore, rigidità e paura. Non si tratta di “fare pace” in modo superficiale. Si tratta di modificare il funzionamento della relazione genitoriale, affinché il conflitto non occupi più tutto lo spazio psichico del minore.

 

Quando questo accade, il cambiamento non è sempre spettacolare, ma è decisivo. Il conflitto può non scomparire del tutto, ma smette di divorare ogni cosa. I genitori possono continuare ad avere divergenze, ma imparano a non usarle come armi. Il figlio può finalmente respirare, perché non è più costretto a scegliere, mediare, proteggere, mentire, consolare o ammalarsi per tenere insieme ciò che gli adulti non riescono a reggere.

 

Se ogni decisione relativa a vostro figlio diventa uno scontro; se ogni messaggio dell’altro genitore vi accende rabbia, sospetto o desiderio di replica; se vostro figlio appare triste, chiuso, ansioso, oppositivo, aggressivo, ritirato, somatizzante, oppure inizia a manifestare segnali di disagio alimentare, scolastico o relazionale, non aspettate che sia soltanto il tribunale a occuparsi della vostra famiglia.

 

Il tribunale può decidere.

La CTU può valutare.

Lo spazio neutro può contenere.

 

Ma la trasformazione della relazione genitoriale richiede un lavoro clinico mirato.

 

Rivolgersi allo scrivente significa intraprendere un percorso altamente specifico, fondato su oltre venticinque anni di esperienza clinica sul campo, orientato non alla riconciliazione della coppia, ma alla tutela psicologica dei figli dentro la separazione. Significa affrontare le dinamiche profonde che mantengono il conflitto, riconoscere le aree di rigidità, ridurre l’impatto delle ferite adulte sulle decisioni educative e restituire al minore un contesto più stabile, prevedibile e protettivo.

 

Non è necessario amarsi ancora.

Non è necessario perdonarsi subito.

Non è necessario pensarla allo stesso modo.

 

È necessario, però, smettere di combattere nello spazio in cui dovrebbe crescere vostro figlio.

dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico

e Forense Psicoterapeuta EMDR

​Albo n. 3685 sez. A – 07.06.2006

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