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Quando l'amore è  finito ma il conflitto prosegue nel legame genitoriale a danno dei figli.

Ci sono separazioni che segnano una fine reale della relazione affettiva e altre che, pur interrompendo formalmente il legame di coppia, continuano a vivere sotto forme diverse, spesso più sottili e persistenti. In questi casi, il conflitto non scompare, ma si trasferisce nel piano genitoriale, trovando espressione proprio nel punto più delicato e vulnerabile: i figli.

Due persone che non sono più una coppia restano comunque genitori.

 

Questo implica la necessità di continuare a comunicare, prendere decisioni condivise, coordinarsi su aspetti educativi, affettivi e organizzativi. Quando questa collaborazione viene meno, il conflitto non resta circoscritto tra gli adulti, ma si espande, coinvolgendo inevitabilmente il minore.

 

All’inizio le divergenze possono apparire limitate e gestibili: una differenza sugli orari, sulle regole, sulle scelte scolastiche o educative.

 

Progressivamente, tuttavia, ciò che nasce come disaccordo evolve in una dinamica più complessa, in cui ogni decisione diventa motivo di scontro, ogni comunicazione si carica di tensione e ogni confronto si trasforma in un terreno di contrapposizione.

 

In questo passaggio, ciò che formalmente riguarda il benessere del figlio rischia di diventare il luogo attraverso cui si esprime un conflitto che appartiene ancora alla relazione di coppia e che non è stato realmente elaborato.

 

Molti genitori descrivono una condizione di blocco relazionale: incapacità di dialogare senza litigare, impossibilità di raggiungere accordi, sensazione costante che l’altro agisca contro, o peggio, utilizzi il figlio come strumento di pressione o di rivalsa. In queste situazioni il minore si trova esposto a una tensione continua, spesso non esplicitata ma profondamente percepita.

 

Il diritto del minore a crescere in un contesto emotivamente stabile e sufficientemente protetto non è un principio astratto, ma un criterio fondamentale riconosciuto sia sul piano psicologico che giuridico. Il cosiddetto “superiore interesse del minore” non si esaurisce nella definizione di tempi di visita o nella distribuzione delle responsabilità genitoriali, ma riguarda la qualità del clima relazionale in cui il bambino o l’adolescente è inserito.

 

Quando il conflitto tra genitori separati diventa cronico, il rischio non è soltanto organizzativo, ma profondamente evolutivo. Il minore può sentirsi diviso, può sviluppare modalità adattive disfunzionali, può assumere ruoli che non gli competono — mediatore, alleato, messaggero — oppure interiorizzare un modello relazionale basato sulla tensione, sull’ambivalenza e sull’insicurezza.

 

È importante comprendere che, nella maggior parte dei casi, ciascun genitore è convinto di agire nel migliore interesse del figlio. Ed è proprio questa convinzione, se non accompagnata da una reale capacità di riconoscere i propri limiti e le proprie implicazioni emotive, a rendere il conflitto ancora più rigido e difficilmente modificabile.

 

Ciò che spesso non viene visto è che il conflitto genitoriale rappresenta la prosecuzione di dinamiche non risolte nella relazione di coppia: rabbia, senso di ingiustizia, bisogno di controllo, difficoltà a separarsi psicologicamente dall’altro. Finché questi elementi restano attivi, ogni tentativo di accordo sul piano educativo è destinato a fallire o a produrre soluzioni instabili.

 

In ambito giudiziario, tali situazioni vengono frequentemente affrontate attraverso strumenti come la consulenza tecnica d’ufficio (CTU) o l’inserimento del minore in uno spazio neutro. Tuttavia, è necessario chiarire con rigore clinico che questi interventi, pur avendo una funzione valutativa o contenitiva, non hanno come obiettivo primario la risoluzione del conflitto relazionale tra i genitori.

 

La CTU, per sua natura, è uno strumento peritale, non terapeutico. Lo spazio neutro è un contesto di osservazione o di facilitazione degli incontri, ma non interviene sulle dinamiche profonde che alimentano il conflitto. In assenza di un lavoro specifico sulla relazione genitoriale, il rischio è che il conflitto si mantenga, si sposti o si trasformi, senza mai essere realmente affrontato.

 

È in questo spazio che si colloca l’intervento dello scrivente.

 

Il lavoro clinico con genitori separati non ha l’obiettivo di ricostruire la relazione di coppia, ma di rendere possibile una forma di collaborazione genitoriale sufficientemente funzionale, anche in presenza di differenze caratteriali e visioni educative diverse.

 

Questo implica un passaggio fondamentale: distinguere ciò che appartiene alla storia della coppia da ciò che riguarda il ruolo genitoriale. Significa riconoscere le dinamiche emotive che continuano ad agire nel conflitto, comprenderne il significato e ridurne l’impatto sul piano decisionale ed educativo.

 

Uno degli aspetti più complessi riguarda proprio la tolleranza della differenza. Due genitori non saranno mai identici nel modo di educare, di comunicare, di gestire le regole. Pretendere uniformità assoluta è spesso il segnale di una difficoltà più profonda, legata al bisogno di controllo o alla mancanza di fiducia.

 

Il lavoro dello scrivente consiste nel riportare il focus su ciò che è realmente essenziale: garantire al minore un contesto relazionale il più possibile stabile, prevedibile e non conflittuale, pur nella complessità della separazione.

 

Questo tipo di intervento richiede competenze specifiche, capacità di lettura clinica e una gestione rigorosa delle dinamiche relazionali. Non si tratta di “mettere d’accordo” i genitori nel senso superficiale del termine, ma di modificare il funzionamento della relazione, rendendo possibile un livello minimo ma stabile di cooperazione.

 

Quando questo accade, il cambiamento è spesso significativo. Non necessariamente perché il conflitto scompare, ma perché smette di occupare tutto lo spazio e di coinvolgere il minore in modo diretto o indiretto.

 

Se ti trovi in una situazione in cui il rapporto con l’altro genitore è diventato

fonte costante di tensione, se ogni decisione relativa ai figli si trasforma in uno scontro, se la comunicazione è interrotta o altamente conflittuale, è importante comprendere che esiste una possibilità diversa rispetto alla semplice gestione del conflitto o alla delega al contesto giudiziario.

 

Rivolgersi allo scrivente significa intraprendere un lavoro mirato, orientato alla comprensione e alla trasformazione delle dinamiche che mantengono il conflitto, con l’obiettivo prioritario di tutelare il benessere psicologico del minore.

 

Non è necessario essere d’accordo su tutto.


È necessario smettere di combattere nello spazio in cui dovrebbe crescere un figlio. 

Lacan: desiderio, scandalo e Nome-del-Padre (anni ’30–’50)

Jacques Lacan non si limita a teorizzare il desiderio: lo vive.

Mentre è ancora sposato, si lega a Sylvia Bataille, allora moglie (separata) del filosofo Georges Bataille. Un intreccio che scuote la Parigi intellettuale.

Da quella relazione nasce Judith Miller, costretta per anni a portare un cognome che non è il suo: una vicenda che rende concreta la questione del Nome-del-Padre, trasformando la teoria in conflitto reale. Judith diventerà poi il fulcro dell’eredità lacaniana, sposando Jacques-Alain Miller, l’allievo designato.

Lacan non ha spiegato il desiderio. Lo ha vissuto, contro le regole, contro la legge, contro il nome stesso.

dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico

e Forense Psicoterapeuta EMDR

​Albo n. 3685 sez. A – 07.06.2006

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