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psicologo infantile palermo dott. Russo
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Procedure Metodologiche
Chiarimenti Importanti per la Coppia Genitoriale 

Solitamente e per situazioni non particolarmente complesse lo scrivente non procede mai oltre le tre sedute a cadenza quindicinale. Se la situazione/problema risulta essere meritevole di un'attenzione diversa verranno proposte procedure differenti sempre allineate con il settore psicologico. 

Il primo colloquio specialistico ha la durata di un’ora e trenta minuti. 

I genitori e il minore vengono invitati a colloquiare con lo scrivente qualche minuto, dopo, se il/la minore accetta il colloquio individuale, si procede nell'esame obiettivo della sua struttura mentale.

 

All’interno di un clima empatico e non giudicante, il minore viene incoraggiato a esprimere liberamente emozioni, pensieri e vissuti personali.

 

Il professionista adotta strumenti e tecniche specificamente calibrati sull’età evolutiva, integrando la somministrazione di test psicodiagnostici standardizzati con osservazioni cliniche strutturate del comportamento.

 

Questo approccio consente di cogliere, in modo integrato, sia gli aspetti cognitivi e affettivi del funzionamento psichico sia le modalità relazionali e adattive del minore nel contesto di riferimento.

 

Durante il primo incontro viene condotta un’attenta valutazione diagnostica volta a esplorare la struttura mentale del minore, con particolare riferimento alle funzioni cognitive primarie e secondarie, ai processi di integrazione affettiva e alla strutturazione profonda della personalità.

 

Parallelamente vengono analizzati i bisogni evolutivi e il livello di adattamento del bambino all’ambiente di riferimento, insieme alle dinamiche familiari consce e inconsce che ne influenzano il funzionamento psichico.

 

L’obiettivo di questa fase iniziale è individuare con precisione le aree di forza e le aree critiche da approfondire, così da delineare un progetto d’intervento mirato, coerente con il profilo psicologico e con la fase di sviluppo del minore.

Viene, dunque,  esplorata la situazione-problema,  la domanda di aiuto, e vengono raccolti tutti i dati clinici utili alla comprensione della struttura mentale per età, il contesto evolutivo e relazionale.  e formulare ipotesi diagnostiche. 

 

L’intervento prosegue attraverso un insieme di operazioni mirate alla riabilitazione psicologica del minore, con particolare attenzione ai punti critici emersi durante la valutazione.
 

L’obiettivo è favorire un’evoluzione armonica delle funzioni emotive e cognitive, sostenendo le competenze adattive e relazionali in modo da consentire al piccolo paziente di proseguire nel proprio percorso di crescita senza incorrere in fenomeni di regressione o breakdown psichico.

 

L’azione clinica si orienta, pertanto, verso il recupero delle aree fragili e la prevenzione di nuovi fattori di rischio evolutivo, promuovendo una strutturazione del Sé più stabile, coerente e resiliente.

 

Al termine del colloquio individuale, la diade genitoriale viene nuovamente convocata per la restituzione dei risultati emersi, delle osservazioni cliniche e delle prime ipotesi di intervento.
 

La comunicazione avviene in modo chiaro, comprensibile e rispettoso della sensibilità familiare, favorendo uno spazio di confronto aperto e partecipato, in cui i genitori sono invitati a porre domande, esprimere riflessioni e collaborare attivamente nella definizione delle strategie di supporto più adeguate alle caratteristiche del/della minore.

 

In questa prospettiva, il primo colloquio condotto dal dott. Russo si distingue per la sua funzione realmente clinica e non meramente informativa: esso rappresenta l’avvio concreto di un processo di comprensione e trasformazione.
 

Anche un solo incontro, infatti, può costituire un passaggio decisivo, poiché consente la costruzione condivisa di significati, la lettura profonda della dinamica del minore e l’attivazione di nuove prospettive evolutive orientate al suo benessere psicologico e relazionale.

Consapevolezza Rispetto all’Approccio Professionale

Il dott. Russo,  fonda il proprio intervento sul pieno rispetto della dignità del minorenne.

Il percorso non si orienta verso una patologizzazione del disagio, piuttosto, verso la  comprensione profonda della sua esperienza.

Si ritiene che l’intervento psicologico non debba essere interpretato come un segno di malattia o di debolezza del minore ma come uno strumento di crescita, supporto e accompagnamento nei momenti di difficoltà o nelle fasi evolutive della vita.

La consulenza psicologica non interferisce in modo negativo nella vita del minore, ma serve a promuovere un equilibrio psicofisico, favorendo il benessere e lo sviluppo del minore in tutte le sue potenzialità, senza pregiudizi o etichette.

Il dott. Russo sin dai suoi esordi ha sempre creduto fermamente che i genitori siano i principali protagonisti nel percorso di crescita e sviluppo del proprio figlio.

La loro capacità di comprendere, supportare e guidare è insostituibile e fondamentale.

Lo Psicologo è chiamato a potenziare la diade nell’acquisire gli strumenti giusti per accompagnare il proprio figlio con amore e consapevolezza. Ogni bambino e ogni adolescente ha bisogno di sentire la sicurezza e l’amore incondizionato dei propri genitori e - la loro presenza attiva -  è ciò che permette di superare le sfide della vita.

Lo Psicologo non mira a sostituirsi alla diade genitoriale ma a rafforzarne le competenze, affinché possano affrontare con maggiore consapevolezza ed efficacia le difficoltà che inevitabilmente si presentano.

L'obiettivo è permettere nella triangolazione padre/madre/figlio la ripresa di una relazione solida e sana, dove ogni genitore si senta competente e in grado di guidare il proprio figlio attraverso le turbolenze della vita. 

Ogni azione clinica del dott. Russo risulterà essere allineata con i protocolli di settore in merito a interventi su minorenni. genitori sono informati che non saranno mai utilizzati metodi non validati scientificamente, pseudoscientifici o contrari ai principi etici e deontologici della professione. Le procedure operative si basano su standard riconosciuti dalla comunità scientifica nazionale e internazionale, come quelli dell'American Psychological Association (APA), della European Federation of Psychologists' Associations (EFPA) e delle linee guida per una valutazione accurata in Psicologia dell’Età Evolutiva, nonché del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-


Strumenti Clinici Utilizzati:

La metodologia prevede l’utilizzo della “Tecnica del Colloquio Psicologico”, l’Osservazione Diretta, l’Ascolto Attivo della comunicazione verbale e/o non verbale, conscia e/o inconscia, esplicita e/o implicita.

 

Laddove la situazione lo consenta, si utilizzeranno Tecniche e Strategie per migliorare la gestione delle emozioni, potenziare la consapevolezza di sé e modificare comportamenti disfunzionali, abitudini e pensieri negativi, orientando il minorenne verso uno sviluppo in avanti distante da traumi patologizzanti.

Inoltre, nel primo incontro con il/la minorenne verranno somministrati test psicologici standardizzati, strumenti clinici validati e riconosciuti a livello internazionale, scelti in base all’età, alla problematica riportata e al livello di sviluppo del bambino o dell’adolescente, e sono somministrati nel pieno rispetto delle linee guida internazionali e del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

I test sono fondamentali per esplorare la struttura mentale del minore, le capacità cognitive, le dinamiche emotive e relazionali e i suoi meccanismi di adattamento. Tali strumenti, rappresentano l’unico metodo oggettivo e affidabile per ottenere informazioni clinicamente significative per ottenere informazioni attendibili e oggettive non accessibili attraverso il solo colloquio clinico.

Questi test, normalmente associati a un costo aggiuntivo, sono invece offerti senza alcun sovrapprezzo nel contesto del primo colloquio clinico, poiché il dott. Russo ritiene che un inquadramento iniziale approfondito e di qualità debba essere accessibile e completo fin dal primo incontro, per il bene prioritario del minore. La somministrazione di questi test è inclusa nella tariffa del primo colloquio e non comporta alcun costo aggiuntivo.

Ulteriori Chiarimenti: 

L' età evolutiva è attraversata da aspetti emozionali intensi che possono emergere nel bambino e/ adolescente durante la prima visita specialistica e/o sedute successive. Il dott. Russo nel rispetto delle linee guida professionali si impegna a gestire con procedure oggettive tali momenti, offrendo il supporto clinico necessario per affrontarli in modo sicuro e costruttivo. Inoltre, lo Psicologo è chiamato a non utilizzare il suo ruolo professionale e il suo essere adulto per generare nel minorenne confusione riguardo al suo ruolo, né per creare dipendenza psicologica, affettiva, aspettative irrealistiche o altre dinamiche disfunzionali. L’obiettivo è comprendere che cosa accade nel minore, individuare le criticità passate e/o presenti, piattaforme mentali e concrete per diventare un soggetto adulto sereno, equilibrato, sicuro, consapevole e distante da qualsivoglia distorsione psicopatologica.

Gestione delle Rivelazioni Sensibili del Minore durante il Colloquio Psicologico

I genitori devono essere consapevoli che durante il colloquio psicologico il minore potrebbe rivelare informazioni sensibili, pensieri e sentimenti che non sono mai stati espressi prima, inclusi eventuali dettagli inaspettati riguardanti la sua vita e le sue esperienze.

 

Tali rivelazioni potrebbero riguardare tematiche delicate, tra cui, ma non limitate a, situazioni di bullismo, conflitti familiari, difficoltà relazionali, comportamenti autodistruttivi, abuso di sostanze, maltrattamenti fisici o psicologici, abusi sessuali.

 

Affettività e Confini nel Percorso Terapeutico

 

I bambini piccoli esprimono fiducia, sicurezza e affetto fisicamente.

È naturale che, sentendosi accolti e compresi, possano cercare lo psicologo con un abbraccio, un gesto fisico di tenerezza che testimonia il loro desiderio di vicinanza.

Pur comprendendo il bisogno del bambino, è opportuno che l'esperto mantenga sempre il confine tra ruolo terapeutico e rapporto affettivo e fisico. Non tocchiamo i bambini al di là della loro manina per preservare la fiducia con confini chiari che proteggono il bambino da fraintendimenti. 

OBBLIGHI DI LEGGE: 

Quando accolgo in studio un minore, mi faccio carico di rispettare scrupolosamente tutti gli obblighi previsti dalla legge in tema di prestazioni sanitarie. In primo luogo, raccolgo il consenso informato dei genitori, illustrando loro in modo chiaro e completo la natura della valutazione psicodiagnostica, le tecniche che intendo utilizzare, la durata prevista del percorso e la frequenza degli incontri. Successivamente, appena concluse le somministrazioni di test, colloqui e osservazioni, mi impegno a restituire tempestivamente sia verbalmente sia, qualora richiesto, per iscritto, gli esiti della diagnosi: ogni punteggio, ogni indicatore e ogni profilo emergente vengono spiegati nel dettaglio, con un linguaggio accessibile ma rigoroso.

Parallelamente, redigo insieme ai genitori il piano di intervento, definendo obiettivi a breve e a lungo termine e motivando la scelta degli strumenti terapeutici più adeguati. Li informo circa le condizioni economiche e organizzative delle prestazioni – costi, modalità di pagamento, eventuali rimborsi SSN o convenzioni – affinché non vi siano mai incertezze di natura amministrativa.

 

Tutto il trattamento dei dati personali avviene in conformità al D.Lgs. n. 196/2003 e al Regolamento UE 2016/679 (GDPR): spiego ai genitori quali categorie di informazioni raccolgo, per quali finalità le conservo, per quanto tempo e come possono esercitare i diritti di accesso, rettifica e cancellazione.

Infine, nel pieno rispetto della Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017) e del Codice Deontologico (artt. 12–16), sono altresì tenuto a segnalare senza indugio alle autorità competenti – e a informare i genitori – qualsiasi elemento emerso durante il colloquio che faccia temere per la sicurezza, la protezione o il benessere del minore: situazioni di abuso fisico, sessuale o psicologico, maltrattamento grave o condotte auto-lesive. Questa comunicazione, prevista dalla normativa e dalle norme etiche, ha un unico scopo: garantire al bambino o all’adolescente un ambiente sicuro e protetto, tutelando in ogni momento il suo diritto fondamentale a crescere sereno.

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Approfondimenti

Quando un genitore decide di rivolgersi a uno psicologo infantile, raramente arriva con una domanda semplice. Arriva con dubbi, preoccupazioni, conflitti, sensi di colpa, paura di sbagliare, talvolta anche con una tensione già presente tra madre e padre.

Spesso la domanda iniziale è: “Dottore, dobbiamo portare nostro figlio?”
Ma la domanda clinicamente più corretta, almeno all’inizio, è un’altra: che cosa sta accadendo nel sistema familiare e quale tipo di intervento è davvero necessario?

Questo chiarimento è fondamentale.

Nel mio lavoro con bambini, adolescenti e genitori, non considero mai automatico l’avvio di un percorso psicologico sul minore. Un bambino non deve diventare “paziente” solo perché attraversa una fase difficile, perché mostra un comportamento problematico o perché uno dei due genitori è preoccupato.

Prima di intervenire direttamente sul minore, bisogna capire.

Capire se il problema riguarda davvero il bambino.
Capire se il disagio nasce da una fase evolutiva transitoria.
Capire se il comportamento è una risposta a tensioni familiari.
Capire se la difficoltà è scolastica, educativa, emotiva, relazionale o clinica.
Capire se il bambino ha bisogno di un percorso diretto oppure se è più utile lavorare prima con i genitori.

Una buona metodologia serve proprio a questo: evitare interventi frettolosi, inutili o mal impostati.

Il bambino non è il problema da correggere

Uno degli errori più frequenti è arrivare dallo psicologo con l’idea implicita che il bambino debba essere “aggiustato”.

“Non ascolta.”
“È oppositivo.”
“Fa i capricci.”
“È aggressivo.”
“È ansioso.”
“Non vuole andare a scuola.”
“Si chiude.”
“Piange sempre.”
“Risponde male.”
“Non rispetta le regole.”

Tutte queste osservazioni possono essere importanti. Ma non bastano.

Il comportamento del bambino è solo la parte visibile di un funzionamento più ampio. Un sintomo infantile non va mai letto isolatamente. Va collocato dentro una rete: età, temperamento, storia familiare, stile educativo, relazione con i genitori, scuola, eventuali separazioni, lutti, conflitti, cambiamenti, nascita di fratelli, dinamiche di coppia genitoriale, contesto sociale, uso dei dispositivi digitali, qualità del sonno, routine quotidiane.

Un bambino non è un adulto in miniatura. Non sempre sa spiegare cosa prova. Spesso comunica attraverso il corpo, il comportamento, il gioco, il rifiuto, la rabbia, il pianto, il silenzio, il sonno, l’alimentazione o il rendimento scolastico.

Per questo il compito dello psicologo non è etichettare rapidamente, ma tradurre.

Tradurre il comportamento in significato.
Tradurre il sintomo in contesto.
Tradurre la preoccupazione dei genitori in una lettura clinica ordinata.
Tradurre il caos familiare in una direzione di intervento.

Perché il primo lavoro è spesso con i genitori

Molti genitori pensano che la prima cosa da fare sia portare subito il bambino in studio. In alcuni casi è corretto. In altri, invece, può essere prematuro.

Il primo passaggio metodologico, soprattutto in età infantile, è spesso il colloquio con la coppia genitoriale.

Questo non significa che “la colpa è dei genitori”. Significa esattamente il contrario: significa riconoscere che i genitori sono la principale risorsa del bambino.

Prima di coinvolgere un minore, è necessario comprendere la domanda degli adulti, la storia del problema, il modo in cui viene letto in famiglia, le strategie già tentate, le reazioni del bambino, il funzionamento della coppia genitoriale, il rapporto con la scuola e il grado di urgenza della situazione.

Un intervento infantile serio non parte mai dalla fretta. Parte dalla valutazione.

Il bambino va protetto anche dall’eccesso di interventi. Non tutto deve diventare terapia. Non ogni difficoltà evolutiva richiede un percorso psicologico diretto. A volte è sufficiente orientare i genitori, modificare alcune modalità educative, chiarire i ruoli, ridurre l’ansia familiare, ristabilire confini, migliorare la comunicazione con la scuola.

In molti casi, aiutare bene i genitori significa aiutare indirettamente e potentemente il bambino.

La coppia genitoriale deve presentarsi unita?

Idealmente sì, ma non sempre è possibile.

Quando parlo di “coppia genitoriale” non mi riferisco necessariamente a una coppia affettiva ancora insieme. Mi riferisco alla funzione genitoriale: madre e padre, o comunque gli adulti che esercitano la responsabilità educativa sul minore.

Anche in caso di separazione, conflitto, distanza emotiva o difficoltà comunicative, il bambino ha bisogno che gli adulti imparino a distinguere il piano della coppia dal piano della genitorialità.

Si può non essere più marito e moglie.
Si può non essere più compagni.
Si può avere una storia dolorosa alle spalle.
Ma si resta genitori.

Questo punto è decisivo.

Molti bambini soffrono non tanto per la separazione in sé, quanto per l’impossibilità degli adulti di costruire una cornice genitoriale sufficientemente stabile. Il minore viene esposto a messaggi contraddittori, alleanze, accuse, svalutazioni, comunicazioni indirette, tensioni non dette, competizioni affettive.

In questi casi lo psicologo non deve diventare il giudice della famiglia. Non deve stabilire chi ha ragione e chi ha torto sul piano morale. Deve lavorare perché il bambino non venga trasformato nel campo di battaglia degli adulti.

Lo psicologo infantile non prende il posto dei genitori

Un altro chiarimento importante riguarda il ruolo dello psicologo.

Lo psicologo non sostituisce il padre.
Non sostituisce la madre.
Non diventa il nuovo adulto di riferimento del bambino.
Non decide al posto della famiglia.
Non autorizza il genitore a delegare la propria funzione educativa.

Il mio lavoro non è sottrarre autorità ai genitori, ma aiutarli a ritrovarla in modo più lucido, coerente e funzionale.

Molti genitori arrivano sfiniti. Hanno provato punizioni, spiegazioni, urla, concessioni, ricatti, promesse, divieti, premi. Spesso sono passati da un estremo all’altro: rigidità eccessiva, poi cedimento; minacce forti, poi mancata applicazione; iperprotezione, poi esplosioni di rabbia.

Il risultato è che il bambino o l’adolescente non percepisce più una cornice stabile.

Il compito dello psicologo è aiutare gli adulti a rimettere ordine.

Non con frasi generiche, ma con una comprensione precisa del funzionamento familiare.

La metodologia serve a evitare tre errori

Una procedura clinica corretta serve soprattutto a evitare tre errori molto frequenti.

Il primo errore è banalizzare.

Dire “è solo un capriccio”, “passerà”, “sono tutti così”, “è l’età”, “deve solo maturare” può essere pericoloso quando dietro il comportamento esiste un disagio reale, un disturbo d’ansia, un problema dell’umore, una difficoltà neuroevolutiva, un trauma, un ritiro sociale, un conflitto familiare grave o una sofferenza non espressa.

Il secondo errore è patologizzare.

Non ogni bambino vivace ha ADHD.
Non ogni bambino chiuso è autistico.
Non ogni bambino triste è depresso.
Non ogni adolescente oppositivo ha un disturbo della condotta.
Non ogni difficoltà scolastica è un disturbo dell’apprendimento.
Non ogni crisi familiare richiede una psicoterapia individuale sul minore.

Patologizzare troppo presto può fare danni. Può fissare il bambino in un’identità di “malato”, aumentare l’ansia dei genitori, creare aspettative negative e spostare l’attenzione dalla relazione alla diagnosi.

Il terzo errore è intervenire senza una lettura complessiva.

Questo è forse il rischio maggiore. Si prende un sintomo e si tenta di eliminarlo senza capire la sua funzione. Ma un sintomo infantile può essere un segnale, una protesta, una difesa, una richiesta, una risposta adattiva a un sistema disordinato.

Se non si comprende il significato del sintomo, si rischia di spegnere il campanello senza occuparsi dell’incendio.

Primo colloquio: cosa avviene concretamente

Il primo colloquio con i genitori ha una funzione conoscitiva e orientativa.

In questa fase raccolgo la domanda, ascolto la preoccupazione, ricostruisco la storia del problema e valuto se sia necessario coinvolgere direttamente il minore, continuare con colloqui genitoriali, richiedere documentazione scolastica o sanitaria, oppure procedere con una valutazione più strutturata.

Non si tratta di un semplice racconto libero. È un lavoro di ricostruzione clinica.

Quando è iniziato il problema?
In quali contesti compare?
A casa, a scuola, con i pari, con un solo genitore, con entrambi?
Quali strategie sono state già provate?
Cosa peggiora la situazione?
Cosa la migliora?
Il bambino dorme? Mangia? Gioca? Socializza? Apprende?
Ci sono stati cambiamenti recenti?
Come reagiscono madre e padre?
Sono allineati o divergenti?
La scuola cosa riferisce?
Il bambino è consapevole della difficoltà?
Chiede aiuto o rifiuta ogni intervento?

Già da queste domande emergono elementi fondamentali.

Molte volte il problema non è solo ciò che il bambino fa. È il modo in cui l’intero sistema reagisce a ciò che il bambino fa.

Il consenso dei genitori e la tutela del minore

Nel lavoro con i minori, gli aspetti metodologici non possono essere separati dagli aspetti etici e professionali.

Quando entrambi i genitori esercitano la responsabilità genitoriale, è necessario che siano adeguatamente informati e coinvolti secondo quanto previsto dalle regole professionali e dal contesto specifico.

Questo punto non è una formalità burocratica. È una tutela.

Tutela il minore.
Tutela i genitori.
Tutela il professionista.
Tutela la correttezza del percorso.

Un intervento psicologico su un bambino non può essere gestito come un’iniziativa privata di un solo adulto contro l’altro, salvo situazioni particolari previste e valutate con attenzione. La psicologia infantile richiede trasparenza, correttezza e prudenza.

Quando tra i genitori esiste conflitto, separazione o difficoltà comunicativa, la gestione del consenso e delle informazioni diventa ancora più importante. Lo studio psicologico non deve diventare il luogo in cui un genitore cerca conferme contro l’altro.

Il bambino non va usato come prova.
Non va portato in terapia per dimostrare che l’altro genitore sbaglia.
Non va trasformato in testimone delle accuse familiari.
Non va caricato di una domanda che appartiene agli adulti.

Riservatezza: cosa devono sapere i genitori

Nel lavoro con bambini e adolescenti, la riservatezza ha una forma particolare.

I genitori hanno diritto a essere informati sull’andamento generale del percorso, sugli obiettivi, sulle criticità rilevanti e su eventuali segnali di rischio. Allo stesso tempo, il minore deve poter disporre di uno spazio sufficientemente protetto, soprattutto in adolescenza, per esprimersi senza vivere ogni parola come immediatamente consegnata ai genitori.

Questo equilibrio è delicato.

Se il ragazzo pensa che tutto ciò che dice verrà riferito, non parlerà davvero.
Se i genitori vengono esclusi completamente, il percorso diventa opaco e poco utile.
Se lo psicologo si allea con il minore contro la famiglia, l’intervento si distorce.
Se si allea con i genitori contro il minore, il ragazzo si chiude.

La metodologia corretta richiede una posizione terza: ascoltare il minore, rispettare la sua soggettività, ma mantenere il collegamento con la funzione genitoriale.

Esistono naturalmente limiti alla riservatezza: quando emergono rischi significativi per l’incolumità del minore o di altri, condotte gravemente pericolose, abusi, autolesionismo, ideazione suicidaria o situazioni che richiedono protezione, il professionista ha il dovere di intervenire secondo criteri di responsabilità clinica ed etica.

La riservatezza non è mai complicità con il rischio.

Valutazione psicologica: quando è necessaria

Non sempre è necessaria una valutazione psicodiagnostica strutturata. Ma in alcuni casi diventa fondamentale.

Quando il quadro è confuso, quando scuola e famiglia riferiscono elementi discordanti, quando si sospettano disturbi del neurosviluppo, difficoltà cognitive, ADHD, autismo, disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi del comportamento, problematiche traumatiche o difficoltà relazionali complesse, non è sufficiente procedere “a impressione”.

Una valutazione ben condotta consente di distinguere tra crisi evolutiva e disagio clinicamente rilevante. Permette di evitare diagnosi frettolose. Aiuta a comprendere il funzionamento reale del minore e a costruire un intervento più preciso.

Il colloquio clinico è fondamentale, ma non sempre basta. A seconda del caso possono essere utilizzati strumenti standardizzati, osservazioni cliniche, raccolta anamnestica, colloqui con i genitori, eventuale confronto con la scuola, analisi della documentazione e restituzione finale.

La valutazione non serve a mettere un’etichetta.

Serve a rispondere a domande precise:
che cosa sta accadendo?
quanto è grave?
da cosa dipende?
quali risorse sono presenti?
quali aree sono compromesse?
che tipo di intervento è indicato?
è necessario coinvolgere altri professionisti?
la famiglia deve modificare qualcosa?
la scuola va orientata diversamente?

Una diagnosi, quando necessaria, non deve chiudere il discorso. Deve aprire la strada a un intervento più efficace.

Psicoterapia del minore: quando sì e quando no

Non tutti i bambini hanno bisogno di psicoterapia.

Questo è un punto che considero essenziale.

In alcuni casi il percorso diretto con il minore è necessario e utile. In altri, invece, il bambino viene portato come “paziente designato” di una difficoltà che appartiene soprattutto al sistema familiare, educativo o scolastico.

Un bambino piccolo non dovrebbe essere inserito automaticamente in un percorso psicologico se il problema può essere affrontato attraverso un lavoro genitoriale, una consulenza educativa, una modifica delle routine, un miglior coordinamento con la scuola o una chiarificazione delle dinamiche familiari.

L’intervento deve essere proporzionato al bisogno.

Ci sono situazioni in cui bastano pochi incontri per orientare i genitori.
Ci sono situazioni in cui serve una valutazione psicologica.
Ci sono situazioni in cui è indicato un percorso con il bambino.
Ci sono situazioni in cui è prioritario lavorare con gli adulti.
Ci sono situazioni in cui è necessario un intervento integrato.

La qualità del lavoro clinico non si misura dal numero di sedute, ma dalla precisione dell’indicazione.

Il lavoro con i genitori: non colpa, ma responsabilità

Molti genitori temono che lo psicologo li giudichi.

Temono di sentirsi dire che hanno sbagliato tutto, che sono la causa del problema, che il figlio sta male per colpa loro.

Un intervento serio non funziona così.

Colpevolizzare i genitori è inutile e spesso dannoso. Ma deresponsabilizzarli completamente è altrettanto sbagliato.

La parola chiave non è colpa. È responsabilità.

Responsabilità significa capire quali comportamenti adulti aiutano il bambino e quali, anche involontariamente, mantengono il problema. Significa osservare la comunicazione familiare, la coerenza educativa, la gestione delle regole, il rapporto con il limite, il modo in cui vengono affrontate le crisi, la qualità dell’ascolto, le alleanze, le incoerenze, le rigidità, le paure.

Un genitore può amare profondamente il figlio e, nello stesso tempo, trovarsi dentro modalità che non funzionano più.

Questo non significa essere cattivi genitori. Significa essere esseri umani dentro relazioni complesse.

Lo psicologo serve proprio quando l’amore non basta a orientare il comportamento.

Madre e padre non devono essere identici, ma coerenti

Spesso i genitori pensano che per funzionare debbano pensarla sempre allo stesso modo. Non è così.

Madre e padre possono avere sensibilità diverse, stili diversi, temperamenti diversi. Questa differenza non è necessariamente un problema. Può persino essere una ricchezza.

Il problema nasce quando la differenza diventa contraddizione permanente.

Uno dice sì, l’altro dice no.
Uno protegge, l’altro punisce.
Uno minimizza, l’altro drammatizza.
Uno concede, l’altro irrigidisce.
Uno interviene, l’altro si ritira.
Uno cerca di salvare il figlio dall’altro genitore.
Il bambino impara a usare la divisione.

La coerenza genitoriale non significa uniformità assoluta. Significa che il minore non deve vivere in un sistema imprevedibile, dove la regola cambia in base all’umore dell’adulto o al genitore presente.

Quando la coppia genitoriale è divisa, il bambino o l’adolescente può sviluppare confusione, ansia, oppositività, manipolazione, insicurezza o ipercontrollo.

Per questo il lavoro con i genitori è spesso un passaggio decisivo.

Separazioni, conflitti e richieste psicologiche sul minore

Una delle situazioni più delicate riguarda i genitori separati o in forte conflitto.

In questi casi bisogna essere estremamente chiari: lo psicologo del minore non deve diventare lo strumento di una battaglia tra adulti.

Il bambino può manifestare sintomi proprio perché si trova in mezzo a comunicazioni ostili, accuse, svalutazioni, passaggi di informazioni, tensioni economiche, conflitti sugli orari, competizioni affettive, richieste implicite di schieramento.

Un genitore può dire: “Mio figlio non vuole andare dall’altro genitore”.
L’altro può dire: “È stato manipolato”.
Uno può dire: “Ha paura”.
L’altro può dire: “Gli mettono in testa cose false”.

In queste situazioni, procedere senza metodo è pericoloso.

Occorre distinguere il lavoro clinico dal lavoro peritale, il sostegno psicologico dalla valutazione giuridica, la sofferenza del bambino dall’uso strumentale della sofferenza.

Il minore va protetto da ogni tentativo, anche inconsapevole, di trasformarlo in alleato, prova, testimone o arma.

Scuola e famiglia: quando serve un raccordo

Molti problemi infantili emergono o si amplificano a scuola.

Difficoltà di attenzione, oppositività, ansia da prestazione, ritiro, mutismo selettivo, conflitti con i compagni, bullismo, disturbi dell’apprendimento, iperattività, difficoltà nella separazione, somatizzazioni mattutine, rifiuto scolastico.

La scuola è un osservatorio fondamentale, ma non sempre la lettura scolastica coincide con quella familiare.

A casa il bambino può essere tranquillo e a scuola esplodere.
A scuola può trattenersi e crollare a casa.
Con un insegnante può funzionare e con un altro no.
In classe può apparire distratto, ma in realtà essere ansioso.
Può sembrare oppositivo, ma essere sovraccarico.
Può sembrare pigro, ma avere difficoltà specifiche.

Quando necessario, la metodologia può prevedere un raccordo con la scuola, sempre nel rispetto del consenso e della riservatezza, per costruire una comprensione più completa.

La scuola non deve essere accusata automaticamente.
La famiglia non deve essere colpevolizzata automaticamente.
Il bambino non deve essere ridotto al suo rendimento.

Bisogna capire come funziona il minore nei diversi contesti.

Restituzione finale: dare ordine alla famiglia

Una parte fondamentale del metodo è la restituzione.

Dopo la fase conoscitiva o valutativa, i genitori devono ricevere una spiegazione chiara. Non frasi vaghe, non formule oscure, non etichette buttate lì.

Devono capire cosa è emerso, quali ipotesi sono più solide, quali elementi vanno monitorati, quali comportamenti sono realmente preoccupanti, quali invece rientrano in una fase evolutiva, quale intervento è indicato e quale no.

La restituzione serve a trasformare la confusione in orientamento.

Molti genitori arrivano con mille domande e mille paure. A volte hanno letto tutto su internet. A volte hanno ricevuto pareri contraddittori da insegnanti, parenti, pediatri, amici, altri professionisti. A volte hanno già attribuito al figlio una diagnosi. Altre volte rifiutano di vedere il problema.

La restituzione clinica deve riportare ordine.

Non deve spaventare inutilmente.
Non deve rassicurare falsamente.
Non deve compiacere il genitore.
Non deve proteggere il professionista con parole generiche.

Deve dire ciò che è necessario dire, con misura, competenza e responsabilità.

Perché una metodologia chiara aumenta la fiducia

In psicologia infantile la fiducia non nasce dalla promessa di risultati immediati. Nasce dalla serietà del metodo.

Un genitore deve sapere cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo, quali sono i passaggi, quando sarà coinvolto il bambino, quali limiti ha il percorso, quali informazioni verranno condivise, quali obiettivi sono realistici, quali tempi possono essere ipotizzati.

La chiarezza protegge tutti.

Protegge il minore da interventi inutili.
Protegge i genitori da aspettative confuse.
Protegge il percorso da fraintendimenti.
Protegge la relazione terapeutica da richieste improprie.

Quando la metodologia è chiara, anche il genitore si sente meno solo. Non ha più la sensazione di procedere a tentativi. Comincia a vedere una direzione.

La domanda più importante: cosa serve davvero a questo bambino?

Tutta la metodologia ruota attorno a questa domanda.

Non: “Che diagnosi possiamo dare?”
Non: “Chi ha sbagliato?”
Non: “Come facciamo a farlo smettere subito?”
Non: “Come dimostriamo che l’altro genitore ha torto?”
Non: “Come otteniamo rapidamente un cambiamento visibile?”

La domanda è: cosa serve davvero a questo bambino, in questo momento della sua vita, dentro questa famiglia, con questa storia, con questi genitori, con queste risorse e queste difficoltà?

A volte serve ascolto.
A volte serve limite.
A volte serve una valutazione.
A volte serve protezione.
A volte serve lavoro genitoriale.
A volte serve un intervento sul minore.
A volte serve coinvolgere la scuola.
A volte serve ridurre l’ansia degli adulti.
A volte serve fermare una dinamica familiare.
A volte serve riconoscere un disturbo.
A volte serve evitare di crearne uno dove non c’è.

La competenza clinica sta nel distinguere.

Il mio impegno metodologico

Nel mio lavoro con bambini, adolescenti e coppie genitoriali, seguo una linea precisa: prima comprendere, poi decidere.

Non considero il minore un paziente da prendere automaticamente in carico.
Non considero i genitori colpevoli da correggere.
Non considero la diagnosi un punto di arrivo.
Non considero la terapia una risposta valida per ogni situazione.

Ogni intervento deve essere proporzionato, motivato, spiegato e costruito sul caso reale.

Questo significa lavorare con prudenza, ma anche con decisione quando serve. Significa non drammatizzare inutilmente, ma nemmeno minimizzare segnali importanti. Significa proteggere il bambino, sostenere i genitori e costruire una lettura clinica capace di orientare davvero.

La metodologia non è burocrazia.

È il modo in cui si evita di fare danno.
È il modo in cui si tutela il minore.
È il modo in cui si restituisce ai genitori una direzione.
È il modo in cui una famiglia smette di muoversi nel caos e comincia a capire cosa sta accadendo.

Quando si lavora con un bambino, la domanda non deve mai essere: “Come interveniamo subito?”
La domanda deve essere: “Qual è l’intervento giusto?”

E questa risposta non si improvvisa. Si costruisce con metodo.

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Se senti che qualcosa non sta andando come dovrebbe,
nella maggior parte dei casi hai già colto un segnale importante.

E aspettare non aiuta tuo figlio a stare meglio.

Se desideri comprendere con chiarezza la situazione e costruire un intervento mirato, puoi contattarmi al 349 818 2809

per una prima valutazione specialistica.

Studio di Psicologia  Dr. Daniele Russo
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 📞 349 818 2809

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