Quando l’amore diventa violenza. Dipendenza affettiva, annientamento dell’identità e percorsi di uscita
- Daniele Russo

- 8 feb
- Tempo di lettura: 3 min

“…ero una ragazza piena di sogni e invece sono finita con lui che, per non lasciare segni, mi picchiava in testa…”
Queste parole di una mia paziente non raccontano solo la violenza.
Raccontano la progressiva cancellazione di una donna.
La violenza contro le donne non è un fatto episodico o un raptus.
È l’esito di uno squilibrio relazionale profondo, fondato sul controllo, sul possesso e sulla distruzione dell’autonomia femminile.
Le definizioni fornite dagli organismi internazionali, come l’ONU e l’Unione Europea, parlano giustamente di abuso fisico, sessuale, economico e psicologico.Ma sul piano clinico, ciò che incontro ogni giorno nel lavoro con le donne è qualcosa di ancora più radicale: la lesione dell’identità.
La violenza non si manifesta solo nei colpi.
Si manifesta nel lento lavoro di svalutazione, confusione, colpevolizzazione.
Dire a una donna che “non vale nulla”, che “senza di lui non è niente”,attaccarla nella sua femminilità, nel corpo, nel desiderio, isolarla, impedirle l’autonomia economica o emotiva, attribuirle responsabilità che non le appartengono, plasmarla perché risponda a un ideale imposto.
Questo è il terreno su cui nasce e si struttura la dipendenza affettiva.
Non una debolezza.
Ma una strategia di sopravvivenza appresa dentro una relazione che consuma.
La donna che subisce violenza non resta perché “non capisce”.
Resta perché, nel tempo, la sua autostima è stata frantumata,perché ha imparato a confondere il sacrificio con l’amore, la paura con la fedeltà, l’attesa con la speranza.
Resta perché spesso crede — erroneamente — che andarsene sarebbe ancora più pericoloso. Resta perché tenta, fino all’ultimo, di controllare ciò che non è controllabile: la violenza dell’altro.
Non esiste un “tipo di donna maltrattata”.
Esistono storie, risorse, infanzie, legami, vulnerabilità diverse. Ma le conseguenze psicologiche sono drammaticamente ricorrenti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala, tra gli esiti più frequenti:
depressione
disturbi d’ansia
disturbi alimentari
sintomi post-traumatici
La violenza invade il Sé, annienta il senso di sicurezza, rompe la fiducia in sé stesse e negli altri.
La violenza contro le donne è una urgenza clinica, sociale e legale.
E troppo spesso il primo contatto avviene nei pronto soccorso o negli ambulatori di base, dove i segni visibili non raccontano mai tutta la storia.
Serve un ascolto capace di cogliere anche ciò che non viene detto.
Per vergogna, paura, perché “i panni sporchi si lavano in casa”.
Ma il silenzio non protegge. Il silenzio mantiene la prigione.
“…i vicini dicevano: ‘che vuole, è suo marito’…quando ho minacciato di andare alla polizia lui ha pianto in ginocchio…ho detto basta solo quando ha messo le mani addosso a mia figlia…sono uscita piano piano e ancora oggi, al mattino, penso di sognare.”
Uscire da una relazione violenta non è un gesto impulsivo.
È un processo lento, complesso, spesso ambivalente.
Ed è fondamentale dirlo chiaramente: un percorso psicologico non serve a dire a una donna cosa deve fare. Serve a restituirle se stessa, la lucidità, i confini, il diritto di esistere.
Solo da lì le scelte diventano possibili. E smettono di essere dettate dalla paura.
Nel lavoro clinico con la dipendenza affettiva femminile, l’obiettivo non è spezzare un legame a comando. È aiutare la donna a non spezzarsi più.
Ritrovare la propria identità, la dignità, l’autonomia emotiva è il primo passo per uscire dalla gabbia.Qualunque forma questa uscita assuma.
Perché nessuna donna deve essere salvata.
Ma ogni donna deve poter tornare ad essere una Persona.
Dott. Daniele Russo Psicologo – Palermo Interventi clinici su dipendenza affettiva, relazioni violente e tossiche, annientamento dell’identità, ansia da abbandono, ricostruzione dell’autostima.
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