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Calo del desiderio sessuale:

Quando il desiderio non scompare, ma si sottrae

Il calo del desiderio sessuale viene spesso descritto come una mancanza, una perdita improvvisa o progressiva che lascia spazio a interrogativi, frustrazione e, non di rado, a un senso di inadeguatezza difficile da nominare. In realtà, nella maggior parte dei casi, ciò che accade è più sottile e meno immediato: il desiderio non si spegne, non si esaurisce, ma si ritira da un contesto che non riesce più a sostenerlo.

Pensarlo come qualcosa che “non c’è più” porta inevitabilmente a interventi altrettanto semplificati: tentativi di riattivazione forzata, incremento della frequenza dei rapporti, ricerca di stimoli esterni o rassicurazioni momentanee. Tutte strategie che, nella pratica clinica, mostrano rapidamente il loro limite, perché il desiderio non risponde alla volontà né alla pressione, ma alle condizioni in cui è chiamato a esprimersi.

La sessualità, infatti, non è una funzione isolata né un riflesso automatico. È il risultato di un equilibrio complesso che coinvolge il rapporto con il proprio corpo, il modo in cui si vive l’intimità, la qualità della relazione e la presenza — o l’assenza — di uno spazio mentale libero da controllo, aspettativa e giudizio. Quando questo equilibrio si altera, il desiderio modifica la propria forma, si attenua, si sposta, talvolta si rende intermittente. Non per caso, ma per coerenza con il sistema in cui è inserito.

 

Già Sigmund Freud, nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), aveva chiarito come la sessualità non possa essere intesa come un istinto lineare, ma come una costruzione attraversata da conflitti, deviazioni e trasformazioni. In questa prospettiva, il desiderio non si perde: cambia posizione. Si organizza diversamente.

È qui che si colloca uno degli equivoci più diffusi: considerare il calo del desiderio come un problema da correggere direttamente, senza interrogarsi sulla struttura che lo produce. Nella maggior parte delle situazioni, il desiderio non è il punto di partenza del problema, ma il punto di arrivo di una serie di dinamiche che lo precedono e lo determinano.

 

Queste dinamiche possono assumere forme differenti. Il desiderio può ridursi quando la relazione perde tensione simbolica, quando diventa prevedibile o quando viene saturata da una prossimità che non lascia più spazio alla differenza. Come osservava Jacques Lacan nei Seminari degli anni ’50, il desiderio si alimenta della distanza, non della fusione: dove tutto è disponibile, nulla è più desiderabile.

 

In altri casi, il desiderio si ritira sotto il peso della prestazione. La sessualità, da esperienza, diventa verifica. Il corpo smette di essere vissuto e inizia a essere controllato. Si osserva, si giudica, si anticipa il fallimento. In queste condizioni, il desiderio non trova più uno spazio libero in cui emergere.

È frequente anche che il nodo risieda nel rapporto con il proprio corpo.

 

Un corpo vissuto come oggetto da correggere, da migliorare, da rendere adeguato a uno standard interno o esterno, difficilmente può diventare luogo di esperienza. In questo senso, le riflessioni di Donald Winnicott (1965) sul concetto di “spazio potenziale” risultano particolarmente rilevanti: alcune esperienze, tra cui la sessualità, possono esistere solo in una condizione di relativa libertà psichica. Quando questo spazio viene invaso dal controllo, dalla prestazione o dal giudizio, ciò che si perde non è la capacità, ma la possibilità.

 

Vi sono poi situazioni in cui il desiderio si modifica in risposta a tensioni relazionali non espresse. Conflitti latenti, delusioni, distanze emotive che non trovano parola e che si depositano sul piano corporeo. In questi casi, il corpo diventa il luogo in cui la relazione si esprime quando non riesce più a farlo altrove.

 

Non meno rilevanti sono i passaggi di vita: cambiamenti di ruolo, nascita di figli, fasi di stress prolungato, eventi che ridefiniscono l’identità personale o di coppia. Il desiderio, in queste transizioni, non scompare, ma si riorganizza.

 

Anche la dimensione organica può contribuire: variazioni ormonali, condizioni mediche, effetti farmacologici. Tuttavia, anche in presenza di fattori biologici, il vissuto soggettivo e il contesto relazionale continuano a giocare un ruolo determinante.

 

Tutto questo non elimina il desiderio, ma ne modifica profondamente le condizioni di possibilità.

 

Nel lavoro clinico, ciò si traduce in un principio fondamentale: non si interviene sul desiderio in quanto tale, ma sulle condizioni che ne permettono o ne impediscono l’emergere.

 

Un uomo, ad esempio, giunge in consulenza riferendo un progressivo calo del desiderio nei confronti della partner, in assenza di difficoltà fisiologiche. L’analisi del funzionamento evidenzia una relazione divenuta altamente prevedibile, priva di tensione e fortemente organizzata intorno a ruoli stabilizzati. Il lavoro non si è concentrato sul “riattivare” il desiderio, ma sul modificare la struttura relazionale: introduzione di spazi differenziati, riduzione della fusionalità, recupero di una dimensione di alterità. Il desiderio è riemerso come effetto, non come obiettivo diretto.

 

In un altro caso, una donna descrive una marcata riduzione del desiderio associata a un vissuto di inadeguatezza corporea e a un costante monitoraggio di sé durante l’intimità. Il lavoro ha riguardato la progressiva sospensione del controllo, la rielaborazione delle rappresentazioni corporee e il recupero di un’esperienza meno osservata e più vissuta. Anche in questo caso, il cambiamento non è stato immediato, ma si è costruito attraverso la trasformazione delle condizioni interne.

 

Questi esempi mostrano come il desiderio non possa essere trattato come un oggetto isolato. È sempre inscritto in un sistema.

 

Quando il percorso è condotto in modo corretto, il cambiamento non avviene per forzatura, ma per trasformazione: la pressione si riduce, il corpo torna a essere abitato, la relazione si modifica e il desiderio trova nuovamente uno spazio possibile.

 

È in questo senso che il calo del desiderio smette di essere un problema da combattere e diventa un fenomeno da comprendere. Perché ciò che si è ritirato, nella maggior parte dei casi, non è perduto. Sta semplicemente attendendo condizioni diverse per tornare a emergere.

 

Affrontare un calo del desiderio non significa esporsi o giustificarsi, ma iniziare a leggere con chiarezza ciò che sta accadendo, senza riduzioni né semplificazioni.

 

Perchè il desiderio non si impone. Si rende possibile.

sessuologo palermo

dott. Daniele Russo 

Psicologo Clinico e Forense

​Albo n. 3685 sez. A – 07.06.2006

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