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“Quella Maledetta Mela” è una tragedia contemporanea.
Non un romanzo nel senso comune, ma un rito: un rito di sangue e memoria, di corpi feriti e parole restituite.

Tutto è cominciato da un silenzio.
Un silenzio che non era vuoto, ma tempesta.
Un silenzio che custodiva tutte le parole negate, le domande sospese, le verità mai accolte.

Da quel silenzio è nata la mia ossessione: ascoltare ciò che il mondo non voleva udire.
Le vite interrotte.
I desideri puniti.
Le colpe che nessuno ha scelto.
Gli esseri umani che la storia ha reso mancanze, fantasmi, ombre.

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Non ho scritto quest’opera per raccontare:
l’ho scritta per restituire voce a chi è stato ridotto al silenzio, presenza a chi è rimasto invisibile, respiro a chi è stato confinato nel buio.

E nel farlo, ho camminato accanto ai maestri del linguaggio e dell’ombra: Euripide e Pasolini, che hanno insegnato alla tragedia a sporcarsi di carne; Lars von Trier, Fassbinder, Marguerite Duras, che hanno osato guardare il dolore fino a spezzarlo; Sharon Olds, Antonia Pozzi, Louise Glück, che hanno trasformato la ferita in poesia; Freud, Artaud, Jelinek, Machado, che hanno svelato la crudeltà nascosta sotto il volto dell’amore.


Non li ho citati per dovere, ma perché le loro voci abitano queste pagine come fantasmi che non smettono di chiedere verità.

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Qui non troverete spiegazioni e nemmeno certezze ragionevoli: l’essere umano non si spiega, si attraversa.
Non troverete teorie né sistemi: il dolore non si definisce, si ascolta.


E non troverete un autore che rivela il proprio volto: il volto non importa.
Conta solo la voce che custodisce ciò che altri hanno spento.

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I protagonisti di questa tragedia non appartengono a me.
Sono figure che esistono da sempre: Eva e Adamo, Biancaneve e i suoi persecutori, Medea e i suoi figli, uomini e donne esiliati dal loro stesso destino. Sono le storie che ci abitano, che continuano a ripetersi sotto nomi diversi, in ogni tempo e in ogni luogo.

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Biancaneve non conosceva Freud.
Ma Freud conosceva Biancaneve.
E il detentore del sapere psichico sapeva che quella favola era un trauma.
Eppure scelse di tacerlo, condannando l’umano a un’assenza inventata, a un vuoto che non apparteneva a nessuno.

 

Io non ho mai incontrato un essere mancante.Ho soltanto visto uomini e donne convinti di esserlo.

Da ciò, questo romanzo è un atto di rivolta e di fiducia.
Rivolta contro i silenzi imposti, contro i discorsi che hanno ridotto la vita a sintomo, peccato, colpa.
Fiducia nella possibilità di un mondo diverso, in cui la voce di ciascuno non sia più interrotta, ma amplificata fino a diventare canto.

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In principio, Lei aprì gli occhi.
Ma fu il mondo a decidere di spegnere la luce.
Queste pagine accendono di nuovo quel fuoco.
E lo lasciano bruciare fino in fondo per chi non ha paura delle fiamme. 

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Domiziano Ruggieri

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