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Diagnosi in Psicologia Clinica: Definizione, Processo e Strumenti


Definizione e Differenze tra Diagnosi Psicologica e Psichiatrica


A livello internazionale, la diagnosi in psicologia clinica viene intesa come un processo conoscitivo e di osservazione, condotto all’interno della relazione tra psicologo e paziente, finalizzato a raccogliere informazioni su molteplici aspetti del funzionamento mentale e comportamentale di un individuo unobravo.com. Tale processo può eventualmente portare all’identificazione di una psicopatologia, ma si basa soprattutto su una terminologia condivisa dalla comunità scientifica e su criteri concordati (ad es. quelli proposti dall’American Psychological Association e dall’American Psychiatric Association) unobravo.com. In altri termini, la diagnosi psicologica mira a descrivere come funziona la persona – nei suoi aspetti cognitivi, emotivi, relazionali, comportamentali – utilizzando un linguaggio scientifico comune, e non si limita alla mera etichettatura di un disturbo.

È importante distinguere la diagnosi in psicologia clinica da quella psichiatrica. La diagnosi psichiatrica tradizionalmente si focalizza sull’individuazione o esclusione di una patologia mentale specifica (un “disturbo” definito) e sul suo inquadramento nosologico secondo i manuali medici unobravo.com. Questo tipo di diagnosi, di competenza medica, utilizza strumenti come l’osservazione clinica, il colloquio e test eventualmente, ma facendo riferimento a criteri prevalentemente statistici e nosografici (cioè basati su sintomi e categorie codificate) unobravo.com. La diagnosi psicologica, invece, è orientata a descrivere il funzionamento psicologico globale (sia normale che patologico) di una persona, impiegando strumenti propri della professione psicologica e tenendo conto del modello teorico di riferimento del clinico unobravo.com. In pratica, lo psicologo clinico valuta aspetti della personalità, modalità relazionali, emozioni e processi cognitivi del soggetto, e inserisce l’eventuale disturbo all’interno di una comprensione più ampia della storia e del contesto individuale unobravo.com. Come sottolineato dal Consiglio Nazionale degli Psicologi, il concetto di diagnosi copre uno spettro di significati: da un’accezione ristretta di semplice identificazione di una patologia (tipica dell’ambito biomedico) fino a un’accezione più ampia di comprensione di un fenomeno psicologico attraverso l’individuazione di molteplici fattori caratterizzanti (storia di vita, sintomi, comportamenti, dinamiche mentali, ecc.) psy.it. Dunque, in psicologia clinica il termine diagnosi non è univocamente sinonimo di “riconoscere una malattia”, ma indica un processo valutativo complesso e sfaccettato psy.it.

In sintesi, la diagnosi psicologica si configura come un giudizio clinico sul funzionamento psichico di una persona, fondato su una valutazione integrata e su una terminologia scientifica condivisa unobravo.com. Essa differisce dalla diagnosi psichiatrica in quanto non è rivolta unicamente a trovare un’etichetta nosografica al disturbo, ma ha l’obiettivo più ampio di comprendere la persona nella sua globalità. La diagnosi psichiatrica tende all’individuazione della malattia mentale e all’applicazione di protocolli medici (anche farmacologici), mentre quella psicologica enfatizza la comprensione funzionale e contestuale dei problemi e può variare a seconda dell’orientamento teorico del clinico unobravo.comunobravo.com. Entrambe possono coesistere e integrarsi – spesso lo psicologo clinico formula una diagnosi utilizzando i criteri nosografici (per comunicare con altri professionisti) ma, al contempo, la arricchisce con un profilo psicologico individualizzato.


Le Fasi del Processo Diagnostico in Psicologia Clinica


Il processo diagnostico in psicologia clinica si articola tipicamente in diverse fasi, che vanno dalla presa di contatto iniziale fino alla formulazione di un’ipotesi diagnostica e alla condivisione di questa con il paziente. In generale, possiamo distinguere le seguenti fasi principali:


  1. Osservazione e raccolta delle informazioni (fase di assessment iniziale): sin dal primo colloquio e dai primi contatti, lo psicologo osserva il comportamento e l’atteggiamento del paziente, raccoglie dati sulla sua storia di vita e sulla natura del problema presentato. Questa fase corrisponde a un primo livello di astrazione, basato sull’osservazione clinica diretta psy.it. Spesso comprende un colloquio anamnestico approfondito, in cui si esplorano i sintomi attuali, il loro decorso, eventuali eventi di vita significativi, il funzionamento quotidiano e altre informazioni rilevanti.

  2. Inquadramento nosografico e uso di sistemi formali: una volta raccolte le informazioni grezze, il clinico procede a inquadrarle in una cornice formale riconosciuta dalla comunità scientifica psy.it. Ciò significa confrontare i sintomi e i dati emersi con i criteri diagnostici ufficiali (ad esempio quelli del DSM-5-TR o dell’ICD-11) o con costrutti teorici noti. In questa fase il professionista può identificare se il quadro clinico corrisponde a uno o più disturbi specifici secondo i sistemi di classificazione esistenti (diagnosi categoriale/nosografica), oppure valutare dimensioni di funzionamento (diagnosi dimensionale) o tipi di struttura di personalità. Questo passaggio rappresenta il secondo livello del processo diagnostico, in cui le osservazioni vengono organizzate e classificate secondo categorie scientificamente condivisepsy.it.

  3. Formulazione dell’ipotesi diagnostica e spiegazione funzionale: oltre alla semplice assegnazione di un’etichetta diagnostica, lo psicologo clinico elabora una ipotesi esplicativa su come e perché i problemi del paziente si sono formati e si mantengono nel tempopsy.it. In questo terzo livello del processo, più astratto, il clinico integra tutti i dati raccolti – sintomi, storia, test, osservazioni – e costruisce una formulazione del caso, identificando i meccanismi psicologici sottostanti, i fattori di rischio e di mantenimento, le dinamiche relazionali e contestuali coinvolte. Questa formulazione guida la comprensione del caso e getta le basi per il successivo intervento terapeuticopsy.it. Ad esempio, può comprendere ipotesi sul ruolo di eventi di attaccamento, di credenze disfunzionali radicate, di pattern familiari, ecc., nel generare il disagio attuale.

  4. Restituzione e discussione col paziente: una volta definita l’ipotesi diagnostica, il clinico solitamente restituisce al paziente quanto emerso. In un colloquio di restituzione, con linguaggio accessibile, viene spiegata la natura del disagio, le eventuali diagnosi nosografiche rilevate e la comprensione psicologica del caso. È un momento importante perché coinvolge attivamente la persona nel processo, chiarisce dubbi, e può già avere un effetto terapeutico (il paziente si sente compreso e validato). In questa fase, si verifica anche la disponibilità e la motivazione del paziente ad intraprendere un percorso di intervento basato sulle conclusioni dell’assessment.

Da notare che queste fasi non sono rigidamente separate ma piuttosto continuum interconnessi. Spesso il processo diagnostico è iterativo: nuove informazioni possono emergere nel corso della valutazione o addirittura durante l’intervento, portando a riformulare parzialmente la diagnosi iniziale. L’intero percorso diagnostico in ambito clinico può svolgersi in genere nell’arco di diversi incontri (spesso 3-5 colloqui iniziali) dedicati a conoscersi, raccogliere dati (anche tramite eventuali test), e concordare gli obiettiviunobravo.com.

Metodologia e Strumenti del Processo Diagnostico

Dal punto di vista metodologico, la diagnosi in psicologia clinica si avvale di una pluralità di strumenti e tecniche. Fondamentali sono il colloquio clinico e l’osservazione, affiancati quando opportuno da test standardizzati e altre tecniche di valutazione. In pratica, il processo diagnostico si realizza attraverso:

  • Colloquio psicologico: è lo strumento principe. Il clinico conduce interviste (più o meno strutturate) per raccogliere informazioni sulla storia del paziente, la natura dei sintomi, il contesto familiare e sociale, etc. Il colloquio anamnestico iniziale permette di esplorare il problema presentato e di instaurare l’alleanza diagnostica. Possono seguire colloqui di approfondimento focalizzati su specifici aspetti emersi. Il colloquio può essere non strutturato (libera conversazione guidata dal clinico), semi-strutturato (seguendo una traccia di temi) o strutturato (basato su domande standardizzate). Ad esempio, per fini diagnostici nosografici, lo psicologo può utilizzare interviste cliniche strutturate come la SCID-5 (Structured Clinical Interview for DSM-5) che funge da guida sistematica per formulare diagnosi secondo i criteri DSM-5raffaellocortina.it. Queste interviste standardizzate assicurano che tutte le principali diagnosi vengano considerate e valutate in modo sistematico, migliorando l’accuratezza e la comparabilità del processoraffaellocortina.it.

  • Osservazione clinica: lo psicologo osserva attentamente il comportamento non verbale, l’atteggiamento, la comunicazione emotiva e altri aspetti del paziente durante i colloqui. L’osservazione diretta può fornire indizi sullo stato mentale (ad esempio tono dell’umore, ansia visibile, coerenza del discorso, livello di cura di sé, ecc.). In alcuni contesti, l’osservazione può estendersi ad ambienti naturali (es. osservazione di un bambino in classe, o interazioni familiari) per cogliere dinamiche ecologiche. La capacità di ascolto attivo e di lettura del linguaggio del corpo fa parte integrante della metodologia clinica.

  • Somministrazione di test psicologici: quando opportuno, il clinico può integrare l’intervista con strumenti psicometrici standardizzati. I test forniscono misure oggettive e confrontabili con popolazioni di riferimento, contribuendo ad avere un quadro più completo. L’uso dei test dipende dal quesito diagnostico e dall’orientamento del professionista; non sempre sono necessari, ma spesso risultano molto utili per quantificare aspetti specifici (ad es. livello intellettivo, gravità dei sintomi, tratti di personalità). È buona prassi utilizzare un approccio multimetodo, combinando più strumenti per avere una valutazione sfaccettata.

  • Analisi e integrazione dei dati: dopo la fase di raccolta (colloqui, osservazioni, test), il clinico procede a ordinare e interpretare tutte le informazioni. Questa fase implica capacità di analisi critica e di sintesi: si vagliano le ipotesi possibili, si cercano collegamenti tra i vari dati (ad esempio correlazioni tra eventi di vita e sintomatologia, oppure tra risultati di test e impressioni cliniche). Si confrontano i risultati dei test con quanto emerso dai colloqui, verificando coerenze o discrepanze. L’analisi porta a formulare un giudizio diagnostico motivato, che includerà eventualmente una o più diagnosi nosografiche e una descrizione funzionale personalizzata.

In termini operativi, dunque, la metodologia diagnostica dello psicologo comprende in primis colloqui clinici e osservazione, seguiti da analisi delle informazioni raccolte e formulazione di un’ipotesi diagnosticaunobravo.com. I vari strumenti a disposizione (dai test ai questionari, dalle interviste strutturate alle schede di osservazione) vengono selezionati in base al caso e alla formazione del clinico. Ad esempio, uno psicologo con orientamento cognitivo-comportamentale potrebbe porre enfasi su misurazioni comportamentali e schede di auto-monitoraggio del paziente, mentre uno psicologo psicodinamico potrebbe privilegiare colloqui clinici approfonditi e test proiettivi per esplorare dinamiche inconsce. In tutti i casi, però, l’obiettivo metodologico è di raccogliere dati validi e affidabili su cui basare la diagnosi, mantenendo una visione complessiva e non limitandosi a singoli sintomi.

Va sottolineato che l’instaurarsi di una relazione di fiducia tra psicologo e paziente è parte integrante della metodologia diagnostica: un clima di ascolto non giudicante e empatico facilita una raccolta dati più accurata e crea le basi per eventuali interventi successivi. In effetti, come spesso evidenziato, la diagnosi psicologica può essere considerata essa stessa come il primo intervento psicologico nel percorso di aiuto, in quanto il processo di valutazione già consente al paziente di sentirsi compreso e riconosciuto nel proprio disagiounobravo.com.

Strumenti Concettuali e Approcci Teorici

La modalità con cui uno psicologo clinico effettua una diagnosi è fortemente influenzata dagli strumenti concettuali di cui dispone, ovvero dal suo quadro teorico di riferimento. In psicologia clinica coesistono diversi approcci teorici principali – ciascuno con modelli specifici del funzionamento psichico – e questi approcci forniscono lenti concettuali differenti attraverso cui leggere il caso clinico. I principali orientamenti teorici applicati alla diagnosi sono ad esempio:

  • Approccio psicoanalitico e psicodinamico: pone l’accento sui processi inconsci, sui conflitti intrapsichici, sulle relazioni oggettuali interiorizzate e sullo sviluppo psicologico. In quest’ottica, la diagnosi punta a comprendere la struttura di personalità del soggetto (ad es. livelli di organizzazione come nevrotico, borderline, psicotico secondo alcuni teorici) e i meccanismi di difesa principali, oltre ai significati inconsci dei sintomi. Un esempio di strumento concettuale in questo approccio è la diagnosi strutturale di tipo psicodinamico, che classifica i pazienti in base al livello di integrazione dell’identità, dei meccanismi di difesa e della percezione di realtà (modello di Kernberg, o l’approccio di Nancy McWilliams sulla diagnosi psicoanalitica della personalità). Questo orientamento valorizza la diagnosi inferenziale, ovvero la formulazione di inferenze sui processi interni che generano i sintomiunobravo.com.

  • Approccio cognitivo-comportamentale: si basa sul modello secondo cui i disturbi psicologici sono mantenuti da circoli viziosi tra pensieri disfunzionali, emozioni e comportamenti appresi. La diagnosi in questo approccio coincide con una valutazione funzionale: si analizzano le relazioni tra eventi ambientali, pensieri, emozioni e comportamenti problematici, per identificare i fattori di mantenimento. Ad esempio, un concetto chiave è la formulazione del caso in termini di antecedenti-comportamenti-conseguenze (ABC) e credenze di base. Gli strumenti concettuali includono i modelli cognitivi dei disturbi (es. modello cognitivo della depressione di Beck) e le categorie di distorsioni cognitive. Più che etichette nosografiche, il cognitivo-comportamentale enfatizza dimensioni misurabili (ansia, evitamento, rinforzi, etc.) e progressi secondo scale di gravità (diagnosi dimensionale).

  • Approccio sistemico-relazionale: considera il sintomo del paziente come espressione del funzionamento del sistema di relazioni (famiglia, coppia) in cui è inserito. La diagnosi sistemica si concentra sul contesto interpersonale: ad esempio, qual è il ruolo del sintomo negli equilibri familiari, quali pattern comunicativi o di alleanza intergenerazionale sono presenti. Gli strumenti concettuali includono la genogramma (mappa delle relazioni familiari), l’analisi delle comunicazioni paradossali, delle coalizioni familiari, ecc. Invece di una diagnosi individuale, si parla di diagnosi relazionale: il “paziente designato” è visto nell’interdipendenza col sistema. Questo approccio sottolinea quindi una diagnosi funzionale in senso relazionale (a cosa “serve” il sintomo nel sistema) più che categoriale.

  • Approccio umanistico-esperienziale (es. gestaltico): privilegia l’esperienza soggettiva attuale, l’autorealizzazione e la consapevolezza nel “qui ed ora”. In questo orientamento, la diagnosi tende ad essere poco etichettante; lo psicologo concentra l’attenzione sui blocchi del processo di autoregolazione, sul modo in cui il soggetto vive e descrive la propria esperienza emotiva. Gli strumenti concettuali sono meno formali (focus fenomenologico, uso del colloquio centrato sul cliente) e la diagnosi spesso si traduce in una comprensione condivisa dei vissuti, piuttosto che in una classificazione. Si potrebbe parlare di diagnosi descrittiva idiografica, cioè una descrizione dei problemi così come li vive la persona, senza inserirli forzatamente in categorie predefinite.

  • Altri approcci integrativi: molti psicologi oggi adottano un approccio eclettico o integrato, attingendo a più modelli teorici. Ad esempio, l’approccio biopsicosociale considera congiuntamente fattori biologici, psicologici e sociali nel formulare una diagnosi; un approccio evolutivo considera il ciclo di vita; un approccio culturale esamina l’appartenenza etnica e il contesto culturale del paziente nella definizione del disagio. Questi orientamenti ampliano gli strumenti concettuali per includere variabili prima trascurate (ad es. il ruolo della cultura nella manifestazione dei sintomi).

Ciascuno di questi orientamenti offre dunque mappe concettuali diverse. Ad esempio, di fronte allo stesso paziente con attacchi di panico: un cognitivista vedrà pensieri catastrofici e condotte di evitamento da modificare; un psicodinamico cercherà conflitti inconsci di autonomia o traumi precoci; un sistemico indagherà dinamiche familiari associate al sintomo; un umanista esplorerà il significato esistenziale della paura per la persona. Nonostante tali divergenze, vi è anche una base comune: tutti i modelli riconoscono la necessità di valutare più aree di funzionamento del soggetto (cognitiva, emotiva, relazionale, biologica) per avere una diagnosi completaunobravo.comunobravo.com. In pratica, un buon assessment clinico, a prescindere dall’orientamento, rileva elementi come: capacità cognitive, regolazione emotiva, modalità comportamentali, immagine di sé, competenze sociali, ecc., perché tutti contribuiscono al quadro diagnosticounobravo.comunobravo.com.

Possiamo infine distinguere alcuni tipi di diagnosi impiegati in psicologia clinica come strumenti concettuali trasversali:

  • La diagnosi funzionale (o di funzionamento): centrata sul descrivere in dettaglio le capacità e difficoltà funzionali della persona (es. come la persona gestisce le attività quotidiane, le relazioni, il lavoro), spesso usata in ambito di riabilitazione o disabilità per identificare risorse e deficit da colmareunobravo.com.

  • La diagnosi descrittiva: focalizzata sui sintomi manifesti e fenomenologici, ovvero sul “quadro clinico” presentato, dando meno peso a fattori sottostanti non osservabiliunobravo.com. Questo è l’approccio tipico dei manuali diagnostici: descrivere sindromi in base a segni e sintomi riscontrabili.

  • La diagnosi inferenziale: propria di approcci più approfonditi (es. psicodinamici), che mira a inferire processi psicologici latenti e unici dell’individuo, andando oltre la descrizione superficialeunobravo.com.

  • La diagnosi categoriale: quella che incasella il caso in una categoria nosografica precisa (es. Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo Bipolare, ecc.), utile per semplificare la comunicazione tra clinici ma riconosciuta come riduttiva rispetto alla singolarità dell’individuounobravo.com.

  • La diagnosi dimensionale: che contrasta con la categoriale, descrivendo il profilo dell’individuo lungo varie dimensioni continuative (es. tratti di personalità, livelli di ansia, livelli di funzionamento sociale, ecc.)unobravo.com. Questo tipo di diagnosi coglie meglio la complessità senza imporre rigidi confini tutto-o-nulla.

Lo psicologo clinico, nella pratica, spesso combina questi livelli: fornisce una diagnosi nosografica (se richiesta, ad es. per una relazione clinica o per collaborare col medico), ma vi affianca una diagnosi funzionale e dimensionale, ovvero un profilo articolato dell’individuo nelle sue varie sfere di vita. Questo approccio integrato rappresenta un valore aggiunto della diagnosi in psicologia clinica rispetto a quella meramente psichiatrica, perché unisce la riconoscibilità internazionale di una classificazione con la comprensione approfondita e personalizzata del caso.

Principali Test e Strumenti Psicodiagnostici

Nel corso del processo diagnostico, come accennato, lo psicologo può avvalersi di diversi test psicodiagnostici. Questi strumenti sono progettati per misurare in modo standardizzato alcuni aspetti del funzionamento mentale, fornendo dati oggettivi che arricchiscono la valutazione clinica. Tra i principali test utilizzati in psicologia clinica vi sono:

  • Questionari di personalità (self-report): tra questi spicca il Minnesota Multiphasic Personality Inventory nella sua versione aggiornata MMPI-2-RF. L’MMPI-2-RF è un ampio questionario auto-somministrato (338 item a cui il soggetto risponde “Vero” o “Falso”) che valuta numerose dimensioni della personalità e indicatori di psicopatologia. È uno degli strumenti più utilizzati al mondo per tracciare un profilo di personalità e identificare possibili disturbi mentalicifric.it. Il MMPI-2-RF, rispetto alla versione originale MMPI-2, è più breve ma mantiene l’affidabilità nel fornire una sorta di “radiografia” dettagliata della personalità e della sintomatologia clinicacifric.it. Oltre al MMPI, esistono altri questionari noti: ad esempio il 16PF (16 Personality Factors) per valutare 16 tratti normali di personalità, il NEO-PI-3 per misurare i cinque grandi tratti della personalità secondo il modello Big Five, e vari inventari specifici (come ad esempio l’BDI-II – Beck Depression Inventory II – per quantificare la gravità della depressione, o lo STAI per l’ansia di stato/di tratto, etc.). Questi test sono utili per ottenere misure quantificate e confrontabili con dati normativi, complementari all’impressione clinica.

  • Test di livello intellettivo e cognitivi: il più noto è la scala Wechsler per adulti WAIS-IV (Wechsler Adult Intelligence Scale, quarta edizione). La WAIS-IV è un test individuale che misura le capacità cognitive globali e produce un punteggio di Quoziente Intellettivo (QI) insieme a indici specifici (comprensione verbale, ragionamento percettivo, memoria di lavoro, velocità di elaborazione). Attraverso diverse prove (subtest) valuta abilità come il vocabolario, l’aritmetica, il ragionamento visuospaziale, la memoria di cifre, ecc., fornendo un quadro articolato delle abilità cognitive del soggettocifric.it. La WAIS-IV è lo strumento di riferimento per la valutazione dell’intelligenza in adolescenza e età adulta; per i bambini esiste la versione WISC-V (Wechsler Intelligence Scale for Children, quinta edizione)cifric.it. Oltre alle scale Wechsler, in ambito cognitivo si utilizzano test come le Matrici Progressive di Raven (per l’intelligenza non verbale e il problem solving astratto)cifric.it, test neuropsicologici per specifiche funzioni (attenzione, memoria, funzioni esecutive), e batterie per valutare eventuali deficit cognitivi o demenze (es. Mini-Mental State Examination, Montreal Cognitive Assessment, ecc. in ambito neuropsicologico).

  • Test proiettivi di personalità: sono strumenti in cui al soggetto vengono presentati stimoli ambigui o poco strutturati da interpretare, con l’idea che egli proietterà nei propri resoconti aspetti del suo mondo interno, conflitti, desideri e paure inconsce. Il classico esempio è il Test di Rorschach, basato su 10 tavole con macchie d’inchiostro simmetriche: la persona deve dire cosa potrebbero rappresentare quelle macchie, e il clinico analizza le interpretazioni in base a criteri formali e contenutisticicifric.it. Il Rorschach, pur sviluppato nel 1921, è tuttora ampiamente impiegato (in particolare con sistemi di siglatura aggiornati, come il metodo Exner o il R-PAS) e offre uno sguardo approfondito sulla psiche del paziente, esplorandone la percezione, l’affettività, il pensiero e le dinamiche relazionali in modo indirettocifric.it. Un altro noto test proiettivo è il TAT (Thematic Apperception Test): qui vengono mostrate tavole con immagini disegnate di situazioni sociali ambigue, e si chiede al soggetto di raccontare una storia per ciascuna. Le storie rivelano i temi emotivi ricorrenti, le aspettative, i conflitti e il modo in cui la persona interpreta le relazioni e gli eventi di vitacifric.it. Versioni adattate esistono per i bambini (es. CAT, Children’s Apperception Test)cifric.it. Altri strumenti proiettivi includono i test grafici (disegno della figura umana, della famiglia, dell’albero): l’analisi dei disegni dei pazienti – soprattutto bambini – fornisce indicazioni su aspetti emotivi e relazionali attraverso il simbolismo delle rappresentazioni grafichecifric.it. Benché la validità di alcuni test proiettivi sia dibattuta, rimangono diffusi soprattutto in contesti clinici qualitativi e in ambito peritale, dove arricchiscono la comprensione del funzionamento profondo.

  • Scale e interviste cliniche diagnostiche: in aggiunta ai test, il clinico può utilizzare scale di valutazione compilate dal paziente o dall’esaminatore per misurare specifici sintomi o funzionamenti. Ad esempio, la PANAS-X (Positive and Negative Affect Schedule – Expanded Form) misura in modo dettagliato gli affetti positivi e negativi e il benessere psicologicocifric.it; la CBCL (Child Behavior Checklist) è una checklist che i genitori compilano per valutare problemi comportamentali dei figli 6-18 annicifric.it. Le interviste semi-strutturate come la già citata SCID-5 sono strumenti cruciali per una diagnosi nosografica affidabileraffaellocortina.it. Esistono versioni specifiche, ad esempio la SCID-5-CV (Clinician Version) che copre i disturbi clinici più comuni (depressione, disturbi d’ansia, ossessivo-compulsivo, post-traumatico, ecc.)raffaellocortina.it, oppure la SCID-5-PD per i Disturbi di Personalitàraffaellocortina.it. Un’altra intervista strutturata diffusa è la MINI (Mini International Neuropsychiatric Interview), più breve, usata spesso in ricerca o screening clinico. In area infantile esistono interviste come la K-SADS per valutare psicopatologia nei bambini/adolescenti secondo DSM.

L’impiego di questi strumenti psicodiagnostici richiede naturalmente formazione specifica da parte dello psicologo, nonché considerazione critica: i test non “fanno la diagnosi” da soli, ma sono ausili che vanno interpretati nel contesto globale del paziente. Una corretta valutazione spesso utilizza batterie di test combinate per coprire diverse aree (es. un test di personalità + uno cognitivo + una scala sintomatologica)unobravo.com. La scelta degli strumenti dipende anche dal modello teorico del clinico e dallo scopo dell’assessmentunobravo.com. Ad esempio, un neuropsicologo clinico utilizzerà test focalizzati sulle funzioni neuronali e cognitive, uno psicoterapeuta psicoanalitico privilegerà forse test di personalità anche proiettivi, uno psicologo del lavoro userà test attitudinali, e così via. In tutti i casi, però, tra gli strumenti più utilizzati possiamo riassumere: MMPI-2-RF (personalità e psicopatologia)cifric.it, WAIS-IV (intelligenza generale)cifric.it, test proiettivi come Rorschach e TATcifric.itcifric.it, interviste strutturate come la SCID-5raffaellocortina.it, e varie scale/questionari specifici (depressione, ansia, stress, qualità della vitacifric.it, ecc.) a seconda del caso.

L’Importanza della Diagnosi nel Lavoro Clinico e per la Pianificazione dell’Intervento

Nel contesto del lavoro clinico, la diagnosi riveste un ruolo di importanza cruciale per diversi motivi. Anzitutto, rappresenta il punto di partenza di ogni intervento: prima di poter aiutare efficacemente una persona, è necessario capire la natura del suo disagio. Una diagnosi ben formulata costituisce una sorta di mappa che orienta sia il clinico sia il paziente.

Tra le funzioni principali della diagnosi vi è infatti quella di organizzare e categorizzare le informazioni raccolte, rendendole intelligibili e comunicabilipsy.it. Durante le prime fasi di terapia, il paziente spesso porta una narrazione confusa della propria sofferenza; attraverso il processo diagnostico, lo psicologo aiuta a dare un nome e un significato a sintomi ed esperienze, il che può risultare già di per sé rassicurante e normalizzante. La diagnosi inoltre facilita la comunicazione: da un lato, tra professionisti (permette a psicologi, psichiatri, medici di parlare un linguaggio comune riguardo al caso)psy.it; dall’altro, fra terapeuta e paziente, creando una base condivisa di comprensione del problemapsy.it. Il paziente può sentirsi validato nel vedere riconosciuto il proprio disagio con termini appropriati, anziché vago o banale.

Un altro aspetto fondamentale è che una buona diagnosi orienta le scelte terapeutichepsy.it. In base alla valutazione diagnostica, il clinico pianifica l’intervento più adatto: ad esempio, stabilisce se è indicata una psicoterapia (e di che tipo), se è necessario inviare anche a valutazione psichiatrica per un’eventuale terapia farmacologica di supporto, se coinvolgere la famiglia, oppure se prioritarie sono misure di gestione di crisi, riabilitazione cognitiva, e così via. La diagnosi aiuta a prioritizzare i problemi e a fissare obiettivi realistici dell’intervento. Ad esempio, nel caso emergesse una grave depressione maggiore con rischio suicidario, la pianificazione darà priorità alla gestione del rischio e alla stabilizzazione, magari integrando uno psichiatra; in un altro caso, una diagnosi di disturbo d’ansia con evitamento fobico orienterà verso una psicoterapia cognitivo-comportamentale focalizzata sull’esposizione graduale. Senza diagnosi, l’intervento rischierebbe di procedere a tentoni.

Oltre a guidare la scelta del tipo di trattamento, la diagnosi fornisce elementi per prevederne l’andamento (prognosi) e per personalizzarne l’intensità e la durata. Conoscere il quadro diagnostico permette di ipotizzare se il percorso potrà essere breve o lungo, quali ostacoli possono presentarsi (ad es. scarsa consapevolezza di malattia, tratti di personalità che possono interferire, etc.), e monitorare i progressi nel tempo in rapporto ai criteri diagnostici iniziali.

La diagnosi clinica ha anche un valore motivazionale e di coinvolgimento del paziente: quando la persona comprende la natura del suo disturbo e vede delineata una strada di cura, spesso aumenta la sua motivazione al cambiamento. Viene meno quella paura dell’ignoto (“che cos’ho che non va?”) perché si fornisce un quadro esplicativo; inoltre, condividere una diagnosi (in modo opportuno) può far sentire il paziente meno solo, poiché capisce che il suo problema rientra in una categoria nota e affrontabile.

In letteratura, si è parlato della diagnosi come del primo atto terapeutico. Effettivamente, il processo diagnostico può essere considerato parte integrante dell’aiuto: attraverso la narrazione e le domande del clinico, il paziente spesso rielabora la sua storia e getta le basi di nuove consapevolezze. Una diagnosi formulata con sensibilità e chiarezza può instillare speranza (perché implica che c’è una via di trattamento) e alleviare il senso di caos. Inoltre, come evidenziato, la diagnosi psicologica può essere essa stessa un intervento: ad esempio, nel corso delle 4-5 sedute iniziali di assessment, non solo si identificano e definiscono il disagio e la struttura di personalità, ma si comincia già a costruire l’alleanza terapeutica e a prevenire un aggravamento (per il semplice fatto che il paziente viene ascoltato e compreso)unobravo.com.

Un aspetto spesso sottolineato è l’utilità della diagnosi per la prevenzione. Identificare precocemente certe caratteristiche o vulnerabilità può permettere interventi preventivi prima che si strutturino disturbi più gravi. Ad esempio, riconoscere in adolescenza pattern comportamentali a rischio (ritiro sociale marcato, tratti depressivi, etc.) consente di attuare programmi di sostegno prima che evolvano in patologie conclamate.

In sintesi, l’importanza della diagnosi nel lavoro clinico è molteplice: dà senso al disagio, guida la progettazione dell’intervento, facilita la comunicazione interdisciplinare, e contribuisce a monitorare i cambiamenti nel tempo. Naturalmente, tutto ciò vale solo se la diagnosi è fatta in maniera competente e deontologicamente corretta: una diagnosi errata o comunicata male può essere dannosa. Ma una diagnosi accurata, fornita con tatto, è uno strumento prezioso che permette interventi mirati ed efficaci. Come affermato in un recente contributo, effettuare una diagnosi clinica non significa semplicemente etichettare, bensì “anteporre le basi per il processo relazionale psicologico/psicoterapeutico, ipotizzare e progettare un eventuale intervento, e lavorare sulla prevenzione del disagio”unobravo.com. In altre parole, la diagnosi è parte integrante del prendersi cura in psicologia clinica.

Diagnosi Clinica e Classificazione Nosografica: DSM-5-TR e ICD-11

Nel campo della salute mentale esistono sistemi di classificazione nosografica che raccolgono e definiscono i vari disturbi psicopatologici. I due riferimenti principali, a livello internazionale, sono: il DSM-5-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth Edition, Text Revision) pubblicato dall’American Psychiatric Association, e l’ICD-11 (International Classification of Diseases – 11th Revision) pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi manuali forniscono una nomenclatura comune e criteri diagnostici standardizzati per i disturbi mentali riconosciutiunobravo.com. Ad esempio, il DSM-5-TR (edizione 2022, revisione del DSM-5 del 2013) elenca centinaia di disturbi con i rispettivi criteri sintomatologici, durata, esclusioni diagnostiche, ecc., organizzandoli in categorie (disturbi dell’umore, d’ansia, psicotici, di personalità, neurodisturbi, ecc.). L’ICD-11, approvato nel 2019, include anch’esso un capitolo dedicato ai disturbi mentali e comportamentali con criteri diagnostici e codici specifici, nell’ambito di una classificazione che copre tutte le malattie (non solo mentali).

Il rapporto tra diagnosi clinica psicologica e classificazione nosografica è complesso e va compreso su più livelli. Da un lato, lo psicologo clinico, soprattutto quando opera in ambito sanitario o in équipe multidisciplinari, fa uso di DSM o ICD per formulare diagnosi categoriali che siano comprese da tutti gli operatori. Questi sistemi fungono da lingua franca: comunicare che un paziente soddisfa i criteri del “Disturbo da stress post-traumatico” secondo DSM-5-TR, ad esempio, permette immediata comprensione del quadro di base e indirizzo verso linee guida di trattamento basate sull’evidenza. Inoltre, l’utilizzo di una classificazione standard è spesso richiesto per motivi amministrativi, assicurativi o medico-legali (ad esempio, per certificazioni, relazioni cliniche, assicurazioni sanitarie, ecc.). Dunque, la diagnosi nosografica è una parte integrante ma parziale della diagnosi clinica in psicologia: offre un’etichetta sintetica utile, ma non esaurisce la comprensione del caso.

Infatti, è ampiamente riconosciuto che le categorie del DSM o dell’ICD sono costruzioni che semplificano la complessità individuale. Come notato, una diagnosi categoriale ha il vantaggio di riferirsi a costrutti specifici e di semplificare il confronto tra professionisti (tutti sanno di cosa si parla)unobravo.com. Tuttavia, tale inquadramento è inevitabilmente riduttivo rispetto alla singolarità della personaunobravo.com. Perciò, nella pratica clinica, lo psicologo elabora una diagnosi più completa: accanto alla categoria nosografica, fornisce una descrizione funzionale e una formulazione del caso come visto in precedenza. Si parla a tal proposito di diagnosi di funzionamento o formulazione clinica che accompagna la diagnosi nosografica. Ad esempio, due pazienti con la medesima diagnosi DSM-5 di “Disturbo di Panico” possono avere storie, significati del sintomo e bisogni di intervento del tutto differenti: compito del clinico è andare oltre il manuale per cogliere queste differenze.

Il DSM-5-TR e l’ICD-11 presentano alcune differenze di impostazione. Entrambi tentano di armonizzarsi, ma mentre il DSM (americano) è considerato più orientato alla ricerca scientifica, l’ICD (emanazione dell’OMS) pone maggiormente l’accento sulla utilità clinica delle diagnosi nella pratica quotidianarivistadipsichiatria.it. In altre parole, il DSM-5 ha l’obiettivo di fornire categorie utili anche per studi epidemiologici e trials, con criteri spesso dettagliati e tassonomici; l’ICD-11, pur essendo scientifico, ha privilegiato definizioni più flessibili e descrizioni cliniche pensate per facilitare l’uso interculturale e nei sistemi sanitari globalirivistadipsichiatria.it. Ad esempio, ICD-11 include nelle descrizioni anche aspetti di gestione e linee di intervento a grandi linee, ed è reso disponibile liberamente online in molte lingue per incoraggiarne l’adozione pratica.

Storicamente, il DSM è nato in ambito psichiatrico nordamericano ed ha progressivamente influenzato tutto il mondo (è spesso chiamato la “Bibbia” della psichiatria), mentre l’ICD è il sistema ufficiale dell’OMS adottato dai paesi per le statistiche sanitarie. Attualmente, il DSM-5-TR e l’ICD-11 sono in larga misura sovrapponibili nei contenuti, avendo categorie molto simili (anche se con nomi talvolta diversi e alcuni criteri differenti), grazie a sforzi di allineamento reciproco. Un clinico deve saper utilizzare entrambi se necessario. Ad esempio, un disturbo può avere un codice ICD-11 per documentazione sanitaria e al contempo essere descritto secondo i criteri DSM per approfondimento clinico.

Un punto delicato è che la diagnosi psicologica non coincide necessariamente con la diagnosi psichiatrica nosografica, pur utilizzandola: come evidenziato, la diagnosi psicologica tende ad essere più ampia e comprensiva. In ambito formativo e deontologico, si sottolinea che lo psicologo clinico non si limita ad applicare passivamente i criteri DSM/ICD, ma li integra con la propria valutazione professionale. La diagnosi nosografica è vista come uno degli strumenti a disposizione, da utilizzare quando opportuno ma da non assolutizzare. Per esempio, la comunità degli psicologi mette in guardia contro il rischio di reificazione dei disturbi: un’etichetta diagnostica non è una realtà oggettiva immutabile, bensì una costruzione utile a descrivere fenomeni. Un paziente non è la sua diagnosi (“sono un bipolare”), ma ha una condizione diagnostica tra le varie caratteristiche della sua persona.

Inoltre, la psicologia clinica negli ultimi decenni ha sviluppato sistemi alternativi o complementari di classificazione. Un esempio è il modello Alternative DSM-5 Model for Personality Disorders (nel DSM-5 sezione III) che propone una valutazione dimensionale del funzionamento di personalità; oppure il movimento per basarsi più su valutazioni dimensionali (ad esempio il concetto di “spettro” in luogo di categorie rigide: spettro autistico, spettro schizofrenico, ecc.). Anche l’approccio Research Domain Criteria (RDoC) promosso dal NIMH negli USA ha criticato l’eccessiva dipendenza da DSM proponendo di guardare ai domini trasversali (circuiti neurocomportamentali) per comprendere la psicopatologia. Tali sviluppi mostrano una tendenza a integrare la diagnosi categoriale con prospettive più funzionali e dimensionali.

In conclusione, il rapporto tra diagnosi clinica e classificazione nosografica può essere visto così: la diagnosi clinica include la classificazione nosografica ma non si esaurisce in essa. DSM-5-TR e ICD-11 sono strumenti fondamentali, che garantiscono scientificità e uniformità di linguaggio, ma lo psicologo clinico utilizza quei sistemi in modo critico, adattandoli al singolo individuo e affiancandoli con una valutazione personalizzata. La nosografia è quindi un alleato del clinico (non un nemico), finché la si adopera come mezzo e non come fine ultimo. Una diagnosi efficace unisce la cornice nosografica alla comprensione idiografica, fornendo sia un nome al disturbo sia un senso alla storia unica di quella persona.

Conclusioni: Riflessioni Critiche su Ruolo e Limiti della Diagnosi in Psicologia Clinica

La diagnosi in psicologia clinica, per quanto centrale e indispensabile, non è priva di limiti e ha suscitato nel tempo anche riflessioni critiche. Da un lato, abbiamo evidenziato il ruolo positivo: una diagnosi ben fatta offre numerosi vantaggi sia al terapeuta che al paziente. In particolare, una formulazione diagnostica adeguata è utile nella pianificazione del trattamento (indica cosa fare e con quali priorità), fornisce indicazioni implicite sulla prognosi (cioè sulle prospettive di miglioramento), protegge i pazienti garantendo che i loro problemi siano riconosciuti correttamente (evitando interventi inappropriati), aiuta il terapeuta a comunicare empatia (mostrandosi in grado di nominare e capire il disagio del paziente) e perfino riduce il rischio di abbandono della terapia da parte del pazientedocsity.com. Quest’ultimo punto è interessante: molte persone riferiscono sollievo nel momento in cui la loro sofferenza “ha un nome” e una spiegazione, e questo può motivarle a proseguire il percorso di aiuto senza demoralizzarsi.

D’altra parte, una delle critiche storiche alla diagnosi (soprattutto quella psichiatrica) è che rischia di etichettare la persona, riducendola al suo disturbo. Si teme che i termini diagnostici possano avere connotazioni stigmatizzanti o peggiorative: ad esempio, essere definito “schizofrenico” o “borderline” potrebbe far sentire l’individuo marchiato o stereotipato. Non a caso, si usa dire che “le etichette sono per le cose, non per le persone”. Questa critica invita alla prudenza: lo psicologo deve presentare la diagnosi con tatto, sottolineando che si tratta di un modo per capire il problema e non di un giudizio di valore sulla persona. Un uso poco sensibile delle diagnosi può effettivamente generare auto-stigma o visioni statiche (“tu sei fatto così e non cambierai”), che vanno assolutamente evitate in un contesto terapeutico. Per questo, oggi molti clinici preferiscono parlare con il paziente in termini di problemi o difficoltà che possono essere affrontati, piuttosto che insistere sull’etichetta formale del disturbo.

Un’altra questione critica riguarda i sistemi diagnostici descrittivi come il DSM. Diverse analisi hanno evidenziato che, nonostante gli sforzi compiuti, la validità e l’attendibilità di molte diagnosi psichiatriche rimangono insoddisfacentidocsity.com. Alcune categorie sono costruite per consenso più che per evidenze chiare, e possono cambiare da un’edizione all’altra (basti pensare come l’omosessualità fosse considerata un disturbo fino al DSM-II, o come nuovi disturbi compaiano e scompaiano). Inoltre, i manuali come il DSM-5 sono stati criticati perché non tengono in sufficiente conto l’esperienza soggettiva del paziente: classificano i sintomi in modo oggettivante, rischiando di offrire una visione della sofferenza mentale un po’ distante dall’esperienza reale vissuta dalla personadocsity.com. Questa critica, sollevata ad esempio da correnti fenomenologico-esistenziali e da alcuni psicoanalisti, sottolinea che due persone con la stessa diagnosi DSM possono vivere il loro disturbo in modi radicalmente diversi; però il DSM, focalizzato su criteri sintomatologici, non coglie la dimensione del significato personale dei sintomi. Un’eccessiva fiducia nel manuale potrebbe portare il clinico a trascurare ciò che il paziente sente davvero.

Altri limiti strutturali delle classificazioni nosografiche sono la comorbilità (molti pazienti rientrano in più diagnosi contemporaneamente, sollevando dubbi sulla netta separazione tra disturbi) e il rischio di medicalizzare eccessivamente esperienze umane normali. Per esempio, c’è dibattito su diagnosi come il “Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente” nei bambini (introdotto nel DSM-5) o l’abbassamento delle soglie diagnostiche per alcuni disturbi, che secondo alcuni può portare a patologizzare ciò che prima era considerato entro la gamma della normalità o della reazione comprensibile a eventi di vita.

Sul piano più socio-culturale, è stato osservato che l’approccio categoriale ha favorito anche interessi di mercato, in particolare dell’industria farmaceutica: più disturbi vengono definiti, più potenziali indicazioni esistono per farmaci specificidocsity.com. Alcuni critici hanno notato incoerenze nelle scelte diagnostiche delle varie edizioni del DSM, ipotizzando l’influenza di pressioni esterne nel decidere cosa includere o escluderedocsity.com. Ad esempio, la proliferazione di sottocategorie e nuove diagnosi nelle ultime edizioni DSM solleva il dubbio se ogni nuova categoria corrisponda a una realtà clinica distinta oppure a una frammentazione eccessiva di problemi sovrapponibili.

In risposta a queste critiche, la comunità degli psicologi clinici ha sviluppato alcune contromisure. Una di queste è l’enfasi sulla formulazione del caso individualizzata, che affianca la diagnosi categoriale con una narrazione clinica comprensiva dei significati personali e dei fattori contestuali. In paesi come il Regno Unito, ad esempio, molti psicologi clinici privilegiano la formulazione (“case formulation”) e considerano la diagnosi categoriale solo come un’etichetta esterna necessaria, ma non sufficiente, per capire veramente il paziente. Si promuove un approccio idiografico, centrato sull’individuo, da bilanciare con l’approccio nomotetico dei manualiunobravo.com.

Un altro aspetto è la cultura e l’etica della diagnosi: lo psicologo deve essere consapevole dei potenziali effetti sull’autostima e sull’identità del paziente. Una diagnosi dovrebbe aprire strade, non chiuderle. Ad esempio, dire a qualcuno “Lei ha un disturbo borderline di personalità” senza adeguata preparazione e supporto rischia di essere più dannoso che utile. Al contrario, spiegare “Lei presenta certe difficoltà nelle relazioni e nella regolazione delle emozioni che possiamo inquadrare e capire meglio, e questo ci guiderà nel lavoro da fare” è un modo più costruttivo di comunicare la stessa sostanza in termini meno stigmatizzanti.

In conclusione, la diagnosi in psicologia clinica è un strumento potente che va maneggiato con cura. I limiti non implicano che si debba rinunciare alla diagnosi, bensì che si debba esercitare un pensiero critico e una sensibilità clinica costante nel suo utilizzo. La diagnosi non va intesa come una sentenza immutabile, ma come un’ipotesi di lavoro utile e rivedibile. Il bravo clinico mantiene un approccio flessibile e integrato: utilizza le categorie diagnostiche quando servono, ma non perde di vista la persona dietro la diagnosi; conosce i manuali, ma ascolta anche la storia unica del paziente. In definitiva, se impiegata con empatia, rispetto e rigore scientifico, la diagnosi resta un pilastro insostituibile della psicologia clinica – uno strumento che consente di trasformare un insieme caotico di sofferenze in un problema comprensibile e affrontabile, illuminando la strada verso il cambiamento e la guarigione.

Fonti: La relazione integra prospettive teoriche e indicazioni pratiche da linee guida professionali e letteratura recente. Definizioni e differenze tra diagnosi psicologica e psichiatrica sono tratte da documenti del Consiglio Nazionale Ordine Psicologipsy.itpsy.it e da contributi divulgativi aggiornatiunobravo.comunobravo.com. Le fasi e metodologie del processo diagnostico sono state descritte in accordo con pareri scientifici istituzionalipsy.it e articoli specialisticiunobravo.com. Sono stati menzionati i principali strumenti psicodiagnostici – test e interviste – con riferimento a fonti descrittive recenticifric.itcifric.itcifric.itraffaellocortina.it. L’importanza della diagnosi e il suo ruolo nell’intervento sono supportati da linee guida clinicheunobravo.com, mentre le riflessioni critiche sui limiti fanno riferimento a analisi accademiche sulla validità ed esperienza soggettiva nei sistemi diagnosticidocsity.comdocsity.com. Infine, il rapporto con DSM-5-TR e ICD-11 è stato discusso citando differenze evidenziate in letteratura psichiatrica comparativarivistadipsichiatria.it e mettendo in luce l’approccio specifico della psicologia clinica alla nosografiaunobravo.com. Queste fonti garantiscono l’aderenza ai concetti scientifici attuali sulla diagnosi in psicologia clinica e ne supportano sia la dimensione teorica che pratica.

 
 
 

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