
Non solo ridurre i sintomi: ricostruire libertà, sicurezza e padronanza di sé.
PSICOLOGO PALERMO AUTENTICO PSICOTERAPEUTA EMDR
dott. Daniele Russo
Psicologo Clinico e Forense
Albo n. 3685 sez. A – 07.06.2006
polizza RC profess. AUPI-
n. 2020/03/2425586
P. IVA: 06350500820
FAQ - Domande frequenti
Le risposte del Dott. Russo prima di iniziare un percorso psicologico
Prima di contattare uno psicologo è normale avere dubbi. Molte persone si chiedono se il proprio problema sia davvero “abbastanza importante”, se riusciranno a spiegarsi, quanto durerà il percorso, cosa accadrà nel primo colloquio o se verranno giudicate.
Questa pagina nasce proprio per rispondere alle domande più frequenti di chi sta cercando uno psicologo a Palermo per ansia, attacchi di panico, pensieri ossessivi, stress, trauma, difficoltà emotive o momenti di forte confusione personale.
Da oltre 20 anni, lavoro con persone che arrivano in studio spesso dopo avere provato a resistere da sole per troppo tempo. Il primo passo non deve essere perfetto. È sufficiente iniziare a parlare del problema e costruire insieme una prima comprensione clinica.
Quando è il momento giusto per rivolgersi a uno psicologo?
Il momento giusto per rivolgersi a uno psicologo è quando il disagio inizia a interferire con la qualità della vita, con il lavoro, con le relazioni, con il sonno, con il corpo o con la capacità di sentirsi sereni.
Non è necessario aspettare di stare malissimo. Molte persone arrivano in studio dopo mesi o anni di ansia, pensieri ripetitivi, blocchi emotivi, stress o sintomi fisici che non riescono più a gestire. In realtà, chiedere aiuto prima permette spesso di comprendere meglio il problema e di evitare che si strutturi ulteriormente.
Se senti che qualcosa si ripete, ti pesa, ti limita o ti fa vivere con la sensazione di non essere più pienamente padrone della tua vita, può essere il momento di fissare un primo colloquio.
Per iniziare puoi telefonare e prenotare un appuntamento.
Devo avere già una diagnosi per prenotare un colloquio?
No. Non devi arrivare con una diagnosi già fatta.
Molte persone mi contattano dicendo semplicemente: “Sto male”, “Ho ansia”, “Non riesco a smettere di pensare”, “Mi sento bloccato”, “Ho paura”, “Non capisco cosa mi succede”. Questo è già sufficiente per iniziare.
Il primo colloquio serve proprio a mettere ordine. Ascolto la situazione, raccolgo gli elementi principali, valuto il modo in cui il sintomo si manifesta e inizio a comprendere quale possa essere il funzionamento psicologico alla base del disagio.
Una diagnosi, quando necessaria, non va improvvisata né applicata frettolosamente. Va costruita con attenzione, metodo e rispetto della storia della persona.
Se mi sento male durante il percorso, lei è reperibile?
Sì. Da sempre offro ai miei pazienti una reperibilità telefonica compatibile con lo svolgimento delle sedute e con l’attività clinica. È un aspetto importante del mio modo di lavorare, perché ritengo che il paziente non debba sentirsi completamente solo tra un incontro e l’altro, soprattutto nelle fasi più delicate del percorso.
Questo non significa che io possa rispondere sempre in tempo reale, perché durante le sedute non interrompo il lavoro clinico con altri pazienti. Tuttavia, quando possibile, rispondo o richiamo appena posso.
La reperibilità telefonica è pensata per emergenze psicologiche trattabili, momenti di forte ansia, panico, disorientamento, agitazione o difficoltà emotiva che possono essere contenuti attraverso un breve contatto clinico. Non sostituisce però il colloquio psicologico, non diventa una seduta telefonica e non può essere utilizzata come modalità ordinaria di lavoro.
Il colloquio resta lo spazio principale in cui affrontare seriamente il problema, ricostruire ciò che è accaduto, comprenderne il significato e lavorare in modo strutturato. La telefonata, invece, serve solo come supporto breve, nei limiti del possibile, quando il paziente attraversa un momento critico tra una seduta e l’altra.
È importante anche chiarire un punto: se si tratta di un’emergenza sanitaria, medica o psichiatrica grave, oppure di una situazione di rischio immediato per sé o per altri, la telefonata con lo psicologo non è lo strumento adeguato. In questi casi bisogna contattare immediatamente il 112, il medico curante, il pronto soccorso o i servizi di emergenza competenti.
La reperibilità che offro è quindi un supporto serio, umano e responsabile, ma ha confini chiari: aiuta nei momenti critici trattabili, non sostituisce le sedute e non prende il posto dei servizi di emergenza quando la situazione richiede un intervento immediato.
Come funziona il primo colloquio psicologico?
Nel primo colloquio ascolto il motivo della richiesta, la storia del problema, il modo in cui il disagio si manifesta e l’impatto che ha sulla vita quotidiana.
Non è un interrogatorio e non devi preparare un discorso perfetto. Puoi arrivare anche con confusione, dubbi, emozione o difficoltà a spiegarti. Fa parte del lavoro clinico aiutarti a dare una forma più chiara a ciò che stai vivendo.
Durante il primo incontro cerco di comprendere se il problema riguarda ansia, panico, pensieri ossessivi, trauma, stress, difficoltà relazionali, blocchi emotivi o altri aspetti del funzionamento psicologico. Alla fine del colloquio è possibile iniziare a delineare una prima ipotesi di lavoro e valutare insieme come procedere.
Il primo colloquio psicologico dura 90 minuti perché, nel mio metodo di lavoro, il tempo iniziale non è un dettaglio organizzativo, ma una parte essenziale della valutazione clinica.
Non considero il primo incontro un semplice colloquio conoscitivo o uno spazio generico in cui “parlare un po’”. È già un momento di lavoro clinico. Durante il colloquio ascolto il motivo della richiesta, ricostruisco la storia del problema, osservo il modo in cui il disagio si manifesta e inizio a collegare i diversi elementi portati dalla persona.
Molti pazienti arrivano con ansia, panico, pensieri ossessivi, stress, trauma, blocchi emotivi o confusione. Il primo compito è dare ordine a ciò che appare frammentato, trasformando un insieme di sintomi e preoccupazioni in una prima lettura più chiara e comprensibile.
Non devi arrivare preparato, né avere già le parole giuste. È proprio il colloquio che serve a iniziare a capire cosa sta accadendo, perché il sintomo si è organizzato in quel modo e quale percorso può essere più indicato.
Nei 90 minuti vengono avviati l’ascolto clinico, una prima valutazione psicologica, l’analisi della domanda e, quando possibile, un primo inquadramento del problema. Non tutto si risolve nel primo incontro, ma qualcosa deve iniziare a chiarirsi: la persona deve uscire con una maggiore sensazione di ordine, direzione e comprensione.
Quanto dura un percorso psicologico?
La durata di un percorso psicologico dipende dal tipo di problema, dalla storia personale, dalla complessità del caso e dagli obiettivi del lavoro.
Alcune situazioni richiedono pochi colloqui di chiarificazione e orientamento. Altre, soprattutto quando il disagio è presente da molto tempo o riguarda aspetti profondi della personalità, delle relazioni o della storia traumatica, richiedono un lavoro più articolato.
Non utilizzo una durata standard uguale per tutti. Il percorso viene costruito in base alla persona e alla domanda clinica. L’obiettivo non è prolungare inutilmente gli incontri, ma lavorare con metodo, chiarezza e direzione.
Quanto costa una seduta psicologica?
Il primo colloquio psicologico per adulti dura 90 minuti e ha un onorario di 150,00 €. È una prima visita specialistica strutturata, non un semplice incontro conoscitivo: serve ad ascoltare la richiesta, ricostruire la storia del problema, avviare una prima valutazione clinica e iniziare le prime operazioni terapeutiche volte a contenere il disagio, mettere ordine nella situazione portata dalla persona, individuare i meccanismi psicologici attivi e costruire una prima direzione di lavoro.
Nel mio metodo, il tempo del primo colloquio ha un valore clinico preciso. Non si tratta di “parlare un po’” per poi rimandare tutto agli incontri successivi. I 90 minuti permettono di entrare subito nel merito del problema, distinguere ciò che è urgente da ciò che è centrale, comprendere il significato del sintomo e iniziare a trasformare una sofferenza spesso confusa in una prima lettura più chiara e organizzata.
L’onorario non riguarda soltanto la durata materiale dell’incontro, ma il valore complessivo del lavoro clinico: ascolto qualificato, analisi della domanda, valutazione psicologica, responsabilità professionale, formulazione iniziale del caso e orientamento del percorso. Una seduta psicologica non è semplicemente “un’ora di tempo”, ma uno spazio specialistico in cui il disagio viene osservato, compreso e trattato con metodo.
Le sedute successive durano 60 minuti e hanno un onorario di 80,00 €.
Anche in questo caso, il valore della seduta non si misura solo in minuti, ma nella qualità del lavoro svolto: continuità clinica, approfondimento dei nuclei emersi, monitoraggio dei cambiamenti, verifica delle difficoltà e progressiva costruzione di strumenti psicologici più adeguati.
La cadenza degli incontri può essere settimanale, quindicinale o diversa, in base alla situazione clinica, alla gravità del caso e agli obiettivi del lavoro. Quando non sono presenti elementi di particolare complessità, il percorso può essere circoscritto a poche sedute; quando invece il caso richiede un intervento più articolato, tempi e modalità vengono valutati con chiarezza.
Il mio obiettivo non è moltiplicare inutilmente gli appuntamenti, ma proporre un intervento proporzionato, serio e realmente utile. Per questo, quando il caso lo consente, dopo una prima fase di lavoro è possibile distanziare gli incontri, così da favorire l’autonomia della persona e verificare nella vita quotidiana i cambiamenti raggiunti.
Il pagamento avviene al termine della seduta e la prestazione è detraibile secondo normativa. Gli incontri possono svolgersi in presenza oppure online, quando la situazione lo consente.
Lo psicologo può aiutarmi con ansia e attacchi di panico?
Sì. L’ansia e gli attacchi di panico sono tra le richieste più frequenti in ambito psicologico.
Quando una persona vive ansia intensa, paura improvvisa, tachicardia, senso di soffocamento, paura di perdere il controllo o timore di stare male, spesso inizia a evitare luoghi, situazioni, spostamenti o attività quotidiane. Questo restringe progressivamente la libertà personale.
Nel lavoro clinico non mi limito a considerare l’ansia come un sintomo da spegnere. Cerco di comprendere perché l’ansia sia comparsa, quali meccanismi la mantengano, quale rapporto abbia con il controllo, con la paura, con lo stress, con la storia personale e con il momento di vita della persona.
Se soffri di ansia o attacchi di panico, è importante non aspettare che il problema limiti sempre di più la tua vita.
Puoi contattarmi per fissare un primo colloquio psicologico a Palermo.
Mi occupo anche di pensieri ossessivi e disturbo ossessivo-compulsivo?
Sì. Mi occupo di pensieri ossessivi, dubbi patologici, rimuginio, compulsioni mentali, bisogno di controllo, paura di contaminazione, pensieri intrusivi e manifestazioni riconducibili al disturbo ossessivo-compulsivo.
Molte persone pensano che il problema ossessivo riguardi soltanto chi compie rituali evidenti, come lavarsi continuamente le mani o controllare molte volte una porta. In realtà, esistono forme ossessive molto mentali, fatte di dubbi, verifiche interne, bisogno di certezza e pensieri che tornano continuamente.
Il punto non è semplicemente “pensare troppo”. Il punto è comprendere il circuito che tiene la persona intrappolata: pensiero intrusivo, ansia, controllo, rassicurazione, sollievo momentaneo e ritorno del dubbio.
Un percorso psicologico può aiutare a riconoscere questo funzionamento e a ridurre progressivamente il potere che i pensieri ossessivi esercitano sulla vita quotidiana.
Posso rivolgermi a lei per trauma e stress?
Sì.
Mi occupo di situazioni legate a trauma, stress acuto, stress cronico, esperienze relazionali dolorose, eventi difficili, lutti, separazioni, vissuti di minaccia, ipervigilanza e blocchi emotivi.
Il trauma non coincide soltanto con un evento estremo. A volte riguarda esperienze che hanno lasciato un segno profondo nella percezione di sé, degli altri e del mondo. Una persona può continuare a sentirsi in allarme, irritabile, svuotata, insicura o emotivamente bloccata anche molto tempo dopo ciò che è accaduto.
Nel lavoro clinico è importante non forzare il racconto e non ridurre tutto a una parola. Il trauma va compreso con attenzione, rispettando i tempi della persona e il modo in cui il corpo e la mente continuano a portarne gli effetti.
Se ho sintomi fisici può essere utile un colloquio psicologico?
Sì, soprattutto quando i controlli medici non evidenziano cause organiche sufficienti a spiegare il disagio, oppure quando il rapporto con il corpo diventa fonte continua di ansia.
Molte persone vivono tachicardia, nodo alla gola, tensione, disturbi gastrointestinali, insonnia, senso di peso, respiro corto o paura costante delle proprie sensazioni fisiche. Sentirsi dire “è solo ansia” spesso non basta, perché il sintomo viene percepito come reale e spaventoso.
Il lavoro psicologico può aiutare a comprendere il legame tra corpo, ansia, controllo, stress e vissuti emotivi. Il punto non è negare il sintomo, ma capire perché il corpo sia diventato il luogo principale della paura.
E se non riesco a spiegare bene quello che provo?
Non è un problema. Molte persone arrivano al primo colloquio senza riuscire a spiegare chiaramente ciò che sentono.
Possono dire: “Ho confusione”, “Mi sento strano”, “Non sono più io”, “Ho paura senza motivo”, “Mi blocco”, “Mi viene da piangere”, “Non riesco a reagire”. Sono frasi molto importanti, perché indicano che qualcosa sta chiedendo di essere ascoltato.
Il compito dello psicologo non è pretendere che il paziente sappia già spiegarsi perfettamente. Il compito dello psicologo è aiutare la persona a dare parole, ordine e significato a ciò che vive.
Verrò giudicato durante il colloquio?
No. Il colloquio psicologico non è uno spazio di giudizio.
Molte persone hanno paura di raccontare pensieri, emozioni, paure, vergogna, rabbia, ossessioni o aspetti della propria storia perché temono di essere giudicate. In realtà, il lavoro clinico serve proprio a creare uno spazio riservato in cui ciò che viene vissuto come confuso o inaccettabile possa essere compreso.
Il mio obiettivo non è giudicare la persona, ma comprendere il funzionamento del disagio e costruire una lettura clinica utile.
I colloqui sono riservati?
Sì. I colloqui psicologici sono coperti dal segreto professionale e dal rispetto della privacy.
Tutto ciò che viene condiviso durante il percorso viene trattato con riservatezza, nel rispetto delle norme professionali e deontologiche. La fiducia è una condizione fondamentale del lavoro psicologico, perché permette alla persona di parlare con maggiore libertà e sicurezza.
È possibile fare colloqui online?
Sì, quando la situazione lo consente, è possibile svolgere colloqui psicologici online.
Il colloquio online può essere utile per chi vive lontano, ha difficoltà di spostamento, impegni lavorativi complessi o preferisce iniziare da casa. Naturalmente, la modalità più adatta viene valutata in base al caso, alla richiesta e al tipo di lavoro necessario.
Per alcune situazioni il colloquio in presenza può essere preferibile. Per altre, il lavoro online può essere una valida possibilità. La scelta viene fatta con attenzione, non in modo automatico.
Riceve a Palermo?
Sì. Ricevo a Palermo.
Chi cerca uno psicologo a Palermo per ansia, panico, ossessioni, trauma, stress o difficoltà emotive può contattarmi per fissare un primo colloquio e valutare il percorso più indicato.
Al momento del contatto vengono fornite tutte le informazioni pratiche relative allo studio, agli orari disponibili e alle modalità di prenotazione.
Posso iniziare anche se ho già fatto altri percorsi?
Sì. Molti pazienti arrivano dopo avere già fatto altri percorsi, oppure dopo avere ricevuto spiegazioni che non li hanno aiutati a comprendere davvero il proprio disagio. In questi casi, è importante ripartire dalla storia clinica, dalla domanda attuale e da ciò che non ha funzionato o non è stato sufficientemente chiarito. Un nuovo colloquio non significa ricominciare da zero, ma rileggere il problema con un altro metodo e con una nuova attenzione.
Se senti che il tuo sintomo è stato trattato solo in superficie, può essere utile una valutazione clinica più approfondita.
Lei utilizza l’approccio Cognitivo-Comportamentale?
È una domanda frequente, e del tutto comprensibile. Oggi il marketing sanitario tende a presentare la terapia cognitivo-comportamentale come lo standard universale per ansia, panico, ossessioni e disturbi emotivi. È un messaggio semplice, rassicurante, facilmente vendibile. Ma la clinica reale è molto più complessa.
La mia risposta è netta: non lavoro come applicatore di protocolli standardizzati.
Dopo oltre venticinque anni di pratica clinica e migliaia di casi trattati con successo, ho compreso che nessuna tecnica, da sola, può sostituire la lettura profonda di un caso umano. Il paziente non è un manuale di istruzioni. Il suo dolore non segue sempre una tabella di marcia predefinita. Ogni sintomo ha una storia, una funzione, una logica interna. E quella logica va compresa prima ancora di essere corretta.
L’approccio cognitivo-comportamentale può certamente avere valore nel riconoscere alcuni meccanismi che alimentano il sintomo nell’immediato. Può aiutare a individuare pensieri, comportamenti e circuiti di mantenimento del disagio. Ma, quando viene utilizzato in modo esclusivo o rigidamente protocollare, rischia di fermarsi alla gestione della superficie.
Un miglioramento iniziale può esserci. La persona può sentirsi temporaneamente più controllata, più ordinata, più capace di contenere il sintomo. Ma se i nuclei profondi del disagio restano intatti, quel miglioramento può diventare fragile. Il sintomo si attenua, ma la struttura che lo produce continua ad agire.
Lavorare solo sulla superficie è come ridipingere una parete segnata dall’umidità senza cercare l’origine dell’infiltrazione: per un po’ la macchia scompare, la stanza sembra pulita, il problema appare risolto. Ma se la causa resta attiva, prima o poi la macchia tornerà a galla, spesso più scura e più resistente di prima.
Per questo considero l’ansia, il panico e il tormento ossessivo non semplicemente come “errori di pensiero” da correggere, ma come segnali di un’architettura interna che va compresa, interpretata e ristrutturata. Il sintomo non è un nemico da zittire rapidamente. È un messaggio da decifrare con precisione clinica.
Il mio metodo parte dalla persona, non dal manuale.
La tecnica, per me, è uno strumento, non il fine. È come uno spartito: può essere scritto correttamente, ma è l’interprete a determinare la qualità della musica. Due professionisti possono usare la stessa tecnica e ottenere risultati profondamente diversi, perché ciò che fa la differenza non è il nome dell’approccio, ma la capacità clinica di leggere il caso, coglierne la struttura e scegliere il punto esatto in cui intervenire.
Nel mio studio a Palermo non riceverai soluzioni prefabbricate, formule rapide o “compiti” uguali per tutti. Riceverai un lavoro costruito sulla tua storia, sulla tua sofferenza, sui tuoi sintomi e sulla specifica configurazione del tuo malessere.
Il mio obiettivo è costruire una lettura clinica superiore, capace di dare ordine al caos della tua sofferenza, distinguere ciò che è apparente da ciò che è essenziale e individuare la direzione risolutiva realmente adatta al tuo caso.
Oltre le etichette
Quando una persona si rivolge a me dopo anni di tentativi falliti, percorsi interrotti, spiegazioni parziali o terapie che hanno prodotto solo benefici temporanei, non cerca un’altra etichetta. Non cerca un’altra sigla. Non cerca qualcuno che le dica semplicemente: “Hai l’ansia”, “hai il panico”, “hai pensieri ossessivi”.
Cerca finalmente una comprensione reale.
Non svaluto nessun approccio serio. Ogni metodo può avere una sua utilità, se usato con competenza, misura e intelligenza clinica. Ma affermo con forza che il nome di una tecnica non basta. Non basta dire “cognitivo-comportamentale”, “psicodinamico”, “strategico”, “sistemico” o qualunque altra definizione. Ciò che conta davvero è la precisione della lettura del caso e la capacità di incidere laddove i protocolli standard si fermano.
Perché una terapia non è efficace quando si limita ad applicare uno schema. È efficace quando incontra davvero la persona, comprende la radice del suo disagio e costruisce un intervento capace di trasformare ciò che alimenta il sintomo.
Se cerchi un protocollo uguale per tutti, probabilmente non sono il professionista più adatto a te.
Se invece vuoi capire davvero cosa sostiene il tuo malessere, uscire da spiegazioni superficiali e ricevere un intervento d’eccellenza costruito sul tuo caso specifico, allora la mia porta è aperta.
Come posso prenotare un primo colloquio?
Puoi prenotare un primo colloquio telefonando al 3498182809.
Durante il primo contatto potrai indicare brevemente il motivo della richiesta, ricevere informazioni su disponibilità, costi, modalità del colloquio e fissare un appuntamento.
Non è necessario spiegare tutto al telefono. È sufficiente dire qual è il problema principale: ansia, panico, ossessioni, trauma, stress, blocco emotivo, confusione personale o difficoltà relazionale. Il resto verrà approfondito durante il primo colloquio.
Se sto molto male, devo prendere psicofarmaci?
Non necessariamente. Prendere psicofarmaci non è obbligatorio per tutti, e non deve essere una scelta fatta con leggerezza, per paura o come risposta automatica al disagio. Allo stesso tempo, sarebbe poco serio demonizzarli o far finta che in alcuni casi non siano necessari. Io non prescrivo psicofarmaci, perché la prescrizione farmacologica è di competenza medica, in particolare dello psichiatra o del medico curante. Tuttavia, quando una persona vive un livello di ansia, depressione, insonnia, agitazione, panico, ossessioni o sofferenza psichica così intenso da compromettere seriamente la vita quotidiana, il supporto farmacologico può essere utile e, in alcune situazioni, necessario. Nel mio lavoro cerco sempre, di comprendere e affrontare il disagio attraverso l'utilizzo delle competenze del mio settore. In altre parole, non considero lo psicofarmaco il primo passaggio automatico, ma una possibilità da valutare con serietà quando il livello di sofferenza, la gravità dei sintomi o il rischio per la persona rendono opportuno un intervento medico.
Il farmaco non deve essere vissuto come una sconfitta. Se indicato correttamente e monitorato da un medico, può aiutare a ridurre l’intensità dei sintomi, stabilizzare la persona e renderla più disponibile al lavoro psicologico.
Allo stesso tempo, lo psicofarmaco non dovrebbe essere considerato una soluzione magica. Può contenere il sintomo, ma non sempre spiega perché quel sintomo si sia formato, quale funzione abbia assunto nella vita della persona e quali dinamiche psicologiche lo mantengano attivo.
Per questo, quando serve, il farmaco può essere uno strumento importante dentro un lavoro più ampio. Rifiutarlo per principio può prolungare inutilmente la sofferenza; assumerlo senza una comprensione psicologica del problema può invece lasciare la persona dentro una gestione solo sintomatica.
La mia posizione è prudente e concreta: prima provo a comprendere clinicamente il problema e a lavorare con gli strumenti psicologici disponibili; se però emerge che la sofferenza è troppo intensa, invalidante o non sufficientemente contenibile con il solo lavoro psicologico, allora ritengo corretto suggerire un confronto medico. In quel caso, lo psicofarmaco non viene vissuto come una scorciatoia, ma come una risorsa necessaria per proteggere la persona e permettere al percorso di procedere in condizioni più sicure. Nel mio lavoro valuto la situazione clinica e, quando emergono segnali che rendono opportuno un confronto medico, lo comunico con chiarezza. In alcuni casi può essere utile affiancare al percorso psicologico una valutazione psichiatrica, così da costruire un intervento più completo, sicuro e proporzionato alla gravità del disagio. Chiedere aiuto non significa dover prendere farmaci per forza. Ma, se servono, è importante non escluderli per paura, vergogna o pregiudizio. La priorità non è difendere un’idea astratta contro gli psicofarmaci, ma aiutare concretamente la persona a stare meglio, usando lo strumento più adeguato al momento giusto.
Hai ancora dubbi prima di iniziare?
Avere dubbi è normale. Spesso il passo più difficile è proprio il primo: decidere di contattare qualcuno e iniziare a parlare del proprio disagio.
Se stai vivendo ansia, attacchi di panico, pensieri ossessivi, stress, trauma, somatizzazioni o difficoltà emotive, non aspettare che il problema diventi più pesante. Un primo colloquio può aiutarti a capire cosa sta accadendo, da dove partire e quale percorso può essere più adatto.
Chiama per fissare un appuntamento con il Dott. Daniele Russo, psicologo a Palermo da oltre 20 anni con piu' di 5000 pazienti soddisfatti.